Geopolitica dei Balcani ed il Futuro dell’Unione Europea
Arianne Ghersi intervista Alban Daci
Per anni l’allargamento dell’Unione Europea è stato visto come un lungo percorso burocratico fatto di capitoli negoziali e riforme tecniche. Perché oggi questo approccio non funziona più?
Perché il contesto internazionale si sta muovendo a una velocità che il tradizionale approccio tecnico dell’Europa non può più permettersi. Quello che prima era considerato un meccanismo lento e prudente, studiato per garantire stabilità e compatibilità, oggi si scontra con una realtà geopolitica stravolta. La questione dei Balcani occidentali, Albania inclusa, non è più un semplice dossier diplomatico regionale: è diventata un’urgenza strategica vitale per il futuro stesso dell’Unione.
In questo contesto di accelerazione, qual è il ruolo dell’Italia, in particolare nei confronti dell’Albania?
Il ruolo dell’Italia è di primissimo piano. Roma si è imposta come il principale sponsor e promotore dell’integrazione di Tirana nell’Unione Europea. Questo protagonismo non è casuale, ma è il frutto di legami storici e, soprattutto, di un’eccellente sintonia politica e personale tra i due leader, Giorgia Meloni ed Edi Rama. Le loro relazioni interpersonali hanno dato una forte spinta diplomatica ai rapporti bilaterali, trasformando l’asse Roma-Tirana in un motore per l’intero processo di allargamento balcanico. Per l’Italia, l’Albania non è solo un vicino, ma un partner strategico fondamentale per la stabilità del Mediterraneo e dell’Adriatico.
Nel testo si parla di una “frattura incompiuta” nel cuore del continente. Quali sono i fattori scatenanti che hanno accelerato questa consapevolezza a Bruxelles?
Il fattore principale è senza dubbio la guerra in Ucraina, che ha letteralmente demolito l’illusione di una stabilità permanente in Europa, riportando in primo piano concetti come la deterrenza militare e la difesa comune. A questo si aggiungono le tensioni croniche in Medio Oriente, la crisi iraniana e l’instabilità energetica. C’è poi un elemento di incertezza transatlantica: le posizioni di Donald Trump costringono l’Europa a chiedersi, per la prima volta in modo serio, se sia ancora sicuro dipendere ciecamente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza.
Sono passati più di vent’anni dal Vertice di Salonicco del 2003, dove si promise un futuro europeo alla regione. Cosa rischia concretamente l’UE lasciando questo processo ancora in sospeso?
Il rischio reale è la creazione di una “zona grigia” permanente nel cuore geografico del continente, uno spazio vuoto che la geopolitica non tollera. Se l’Europa esita, altri attori globali non lo fanno. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una presenza sempre più pervasiva di Cina, Russia, Turchia e delle monarchie del Golfo nella regione. Lasciare i Balcani in sala d’attesa significa prestare il fianco a influenze esterne che hanno interessi radicalmente diversi da quelli comunitari.
Parliamo di numeri. Qual è il peso specifico dei Balcani occidentali e, nello specifico, dell’Albania per l’economia europea?
Parliamo di un’area di circa 18 milioni di abitanti, situata in una posizione cruciale tra l’Adriatico, il Mediterraneo e l’Europa centrale, snodo fondamentale per corridoi energetici e infrastrutturali. L’Unione Europea è già, nei fatti, il partner principale della regione: basti pensare che oltre il 70% degli scambi commerciali dell’Albania avviene con i Paesi UE e che Bruxelles ha già investito miliardi di euro in programmi di preadesione e sviluppo istituzionale. Il legame economico c’è già; manca la formalizzazione politica.
L’Albania ha ottenuto lo status di candidato nel 2014 e ha aperto i negoziati nel 2022, ma la strada è ancora lunga. Quali sono i nodi interni che rallentano Tirana?
Le criticità principali rimangono quelle legate agli standard democratici profondi: lo Stato di diritto, la lotta alla corruzione, l’effettiva indipendenza della magistratura e il consolidamento delle istituzioni democratiche. Sono riforme strutturali complesse che richiedono tempo per essere assimilate e applicate in modo trasparente.
Se i tempi delle riforme interne contrastano con la fretta della geopolitica, quale potrebbe essere la soluzione? Si parla di modelli di integrazione più flessibili?
Esatto. Di fronte a questo stallo, molti analisti e ambienti istituzionali europei stanno valutando modelli di “adesione progressiva” o graduale. L’idea è quella di non aspettare il traguardo finale per integrare questi Paesi, ma di coinvolgerli progressivamente: consentire un accesso graduale al mercato unico, permettere la partecipazione anticipata a determinate politiche europee e, soprattutto, includerli fin da subito nelle strategie di sicurezza e difesa comune.
In conclusione, qual è il vero limite strutturale che l’Unione Europea deve superare per non perdere questa partita?
Il vero limite è la lentezza decisionale. Il sistema europeo è stato progettato per la mediazione e il consenso continuo, un modello che ha garantito la pace per decenni ma che oggi, di fronte a crisi globali rapidissime, rischia di trasformarsi in una zavorra. L’allargamento ai Balcani non deve più essere trattato come un faticoso dossier burocratico, ma come una scelta geopolitica netta. L’Europa deve decidere se vuole continuare a subire la storia o se vuole finalmente agire come un soggetto politico globale e unito. Il tempo a disposizione è scaduto.



