Una tempesta in un bicchier d’acqua
Il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, il giorno 11 giugno scorso, ha approvato una delibera volta ad individuare le sedi delle Procure Distrettuali impegnate nelle aree a maggiore indice mafioso e questo per determinare dei criteri per le nomine di candidati ad incarichi direttivi o semidirettivi.
I distretti identificati sono quelli dove l’operatività delle organizzazioni di tipo mafioso è da sempre più invasiva e presente, ovvero: Palermo, Catania, Caltanissetta e Messina per la Sicilia; Reggio Calabria e Catanzaro per la Calabria; Napoli e Salerno per la Campania; Bari e Lecce per la Puglia ed infine Roma.
Questa fotografia ha però trovato una forte irritazione da parte della magistratura che opera nel nord Italia, quasi come se fosse stata disconosciuta, con quel provvedimento, la lunga sequela di sentenze che dalla metà degli anni Ottanta ha visto l’affermazione dell’esistenza di sodalizi mafiosi operanti nel settentrione in diretto collegamento con le “case madri”.

In effetti da molti anni è stato ampiamente dimostrato che – a partire dagli anni Cinquanta almeno – molti affiliati alla cosa nostra siciliana, alla ‘ndrangheta calabrese ed alla camorra napoletana si sono progressivamente trasferiti, per varie ragioni, soprattutto in Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia-Romagna. In dette regioni hanno costituito delle vere e proprie filiali, con il fine di ampliare il mercato dell’illecito, ovviamente particolarmente redditizio in quei luoghi, ma anche di espandere le opportunità di infiltrazione nel settore degli appalti, del mondo della politica ma anche in quello economico/finanziario.
In questo modo hanno potuto sviluppare i migliori collegamenti nonché solidi rapporti volti a riciclare e reinvestire le ingenti somme di denaro provento del narcotraffico e di tutte le attività illecite condotte nelle zone autoctone.
Oggettivamente il documento del CSM non tende a privilegiare determinate aree né a disconoscere la gravità della presenza mafiosa al nord, ma piuttosto a constatare il fatto che nelle regioni di origine delle diverse espressioni del fenomeno mafioso il controllo del territorio, nelle sue manifestazioni più generali, è certamente maggiormente pervasivo.

Tuttavia, mi sento di fare una riflessione, anche in base alla mia personale esperienza maturata in Liguria, Lombardia e, per un breve periodo, pure in Veneto. Non sempre nel nord Italia le diverse espressioni dello Stato – dunque la magistratura e le forze di polizia deputate al contrasto alle consorterie mafiose – operano con metodo e con un approccio analitico tali da porre in essere una vera e propria efficace azione di contrasto, limitandosi invece – sovente – ad attendere che accada qualcosa per poi avviare una investigazione.
Oggi la ‘ndrangheta, in assoluto la più pericolosa organizzazione mafiosa nazionale e fra le prime a livello mondiale, opera nel nord con un’attenta e lungimirante condotta, tendente ad evitare, fintanto che è possibile, ogni spargimento di sangue ed ogni condotta che potrebbe creare allarme sociale nell’opinione pubblica. Prevale difatti l’intendimento di “fare affari” e quindi un contesto il più “normale” possibile che favorisca una siffatta visione ed esigenza.
Ed allora una minore attenzione e consapevolezza della pericolosità di un tale fenomeno criminale, che si pone con modalità subdole e pervicaci, non può che favorirlo, permettendogli di raggiungere quegli obiettivi che gli consentono di consolidare il suo ruolo nelle dinamiche più squisitamente criminali ed in quelle più sofisticate.

