La sede delle Camere specializzate del Kosovo all’Aia, con la sagoma dorata del Kosovo e le sei stelle della bandiera nazionale.
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Kosovo: dopo l’Aia, è tempo di calma

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In queste ore ho letto moltissime reazioni alla sentenza dell’Aia. Alcune comprensibili, altre molto emotive, altre ancora difficili da prendere sul serio dal punto di vista giuridico.

È comprensibile che sia così. Quella che si è chiusa, almeno per il momento, non è una vicenda giudiziaria come tante. Tocca una delle pagine più delicate della storia recente del Kosovo: la guerra dell’UÇK e quattro uomini che ne hanno rappresentato una parte importante della leadership e che, dopo la guerra, hanno avuto un ruolo centrale nella vita politica e istituzionale del Paese.

Proprio per questo, però, credo che oggi serva soprattutto calma.

Negli ultimi giorni si sono create aspettative molto forti. In alcuni casi si è arrivati quasi alla certezza che la sentenza avrebbe portato all’assoluzione e alla liberazione immediata dei quattro imputati. Ora che la decisione è arrivata, al posto di quelle aspettative ne stanno nascendo altre: nuove teorie, nuovi paragoni, nuove interpretazioni politiche e giuridiche. Non tutte hanno però un fondamento reale.

Partiamo da una cosa semplice: il pubblico ministero chiede, il giudice decide.

La Specialist Prosecutor’s Office aveva chiesto 45 anni di carcere per ciascuno dei quattro imputati. Ma quella era la richiesta dell’accusa, non la decisione che il tribunale era chiamato ad adottare. In un processo penale il giudice valuta le prove e decide sulla base dello standard previsto dalla legge. Le regole delle Dhomave të Specializuara richiedono, per una condanna, che la colpevolezza sia dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio.

Perciò, aspettarsi un’assoluzione non era di per sé qualcosa di assurdo o di poco professionale. Si poteva semplicemente ritenere che le prove non fossero sufficienti per una condanna.

La cosa cambia quando una propria aspettativa viene trasformata in una certezza giuridica. Ed è proprio qui che, a mio avviso, bisogna correggere un equivoco che ha accompagnato tutta questa vicenda.

Si è spesso diffusa l’idea che, una volta istituito il Tribunale Speciale, esso avrebbe dovuto necessariamente arrivare a una determinata conclusione. Secondo alcuni, se la guerra dell’UÇK era stata una guerra di liberazione, il risultato naturale avrebbe dovuto essere l’assoluzione dei suoi dirigenti.

Ma una corte non può funzionare così.

Una volta istituito un tribunale e aperto un procedimento penale, le possibilità fondamentali sono due: la condanna o l’assoluzione. Non è la politica a decidere quale delle due debba arrivare. Non è la storia, da sola, a stabilirlo. Sono le prove, i fatti accertati e le norme applicabili.

Questo vale anche quando il processo riguarda una vicenda storica che per una società ha un significato enorme.

Se una corte dovesse assolvere qualcuno perché apparteneva a una forza considerata liberatrice, allora non sarebbe più una corte indipendente chiamata a valutare una responsabilità penale individuale. Avremmo semplicemente deciso il risultato prima ancora di esaminare il processo.

Ma vale anche il contrario.

Il fatto che quattro ex dirigenti dell’UÇK siano stati condannati non significa che il tribunale abbia condannato la storia dell’UÇK o abbia espresso un giudizio sulla legittimità della lotta per l’indipendenza del Kosovo.

Il processo riguardava persone determinate e accuse determinate. Questa distinzione è fondamentale.

Esterno della sede delle Camere specializzate del Kosovo all’Aia.
L’edificio di Raamweg 47, all’Aia, oggi sede delle Camere specializzate del Kosovo; la fotografia risale al 14 agosto 2010, quando ospitava Europol.

Il 16 settembre 2026 le Dhomat e Specializuara të Kosovës hanno condannato Hashim Thaçi a 25 anni di reclusione, Kadri Veseli a 18 anni, Rexhep Selimi a 13 anni e Jakup Krasniqi a 25 anni per crimini di guerra. Allo stesso tempo, però, tutti e quattro sono stati assolti dalle accuse di crimini contro l’umanità e da alcune specifiche accuse relative a episodi di crimini di guerra.

È un elemento che non dovrebbe essere trascurato. La corte, infatti, non ha semplicemente accolto in blocco la ricostruzione dell’accusa. Ha distinto tra le diverse imputazioni e ha raggiunto conclusioni differenti. In particolare, per i crimini contro l’umanità, il collegio ha ritenuto non provato oltre ogni ragionevole dubbio il requisito relativo all’esistenza di un attacco esteso o sistematico contro una popolazione civile.

Quindi la sentenza va letta per quello che è, non per quello che ciascuno vorrebbe che fosse. Non attraverso un titolo di giornale. Non attraverso un post sui social. E nemmeno attraverso una dichiarazione politica. Va letta nella sua motivazione.

C’è poi un altro aspetto che merita di essere ricordato: questa è una sentenza di primo grado. Il procedimento giudiziario non può essere considerato concluso semplicemente perché è arrivata la prima decisione. Saranno ora gli strumenti previsti dall’ordinamento e gli eventuali argomenti della difesa a determinare i passaggi successivi.

Per questo trovo poco utile discutere oggi di ciò che “sicuramente” accadrà domani.

Ho sentito anche parlare della possibilità che il Kosovo possa in qualche modo “ricompensare” il Tribunale Speciale e, attraverso una decisione politica, ottenere un cambiamento della sentenza.

Qui bisogna essere molto chiari. Una cosa è discutere politicamente del rapporto tra il Kosovo e le Dhomat e Specializuara. Un’altra è pensare che una sentenza penale possa essere modificata attraverso un accordo politico.

Non funziona così. Se una sentenza è ritenuta sbagliata, la strada è quella giudiziaria. Si impugna, si contestano le conclusioni, si discutono le prove, si indicano eventuali errori di diritto o di valutazione. È attraverso questi strumenti che si cerca di cambiare una decisione giudiziaria. Non attraverso una trattativa politica.

Molto discusso è stato anche il fatto che la sentenza sia stata pronunciata “in nome del popolo del Kosovo”. Anche qui, prima di trasformare una formula in una polemica politica, sarebbe utile capire cosa significa giuridicamente.

Le regole delle Dhomave të Specializuara prevedono che la sentenza venga pronunciata pubblicamente “in nome del popolo del Kosovo”. È una formula prevista dalle regole processuali.

Questo non significa, naturalmente, che il tribunale abbia consultato il popolo del Kosovo. Non significa che abbia ricevuto un mandato politico dai cittadini. E soprattutto non significa che la decisione rappresenti la volontà politica di tutti i kosovari.

Un tribunale non è un parlamento. E non è un referendum. “In nome del popolo del Kosovo” è una formula giuridica. Non equivale a dire “con la volontà politica del popolo del Kosovo”.

La discussione politica sul significato simbolico di quella formula è invece un’altra cosa. Perché qui torniamo al punto di partenza: parliamo del Kosovo e parliamo dell’UÇK.

Per moltissimi kosovari l’UÇK non è semplicemente il nome di un’organizzazione militare citata in un fascicolo giudiziario. È parte della memoria della guerra, della liberazione e della nascita dello Stato kosovaro. È quindi naturale che una sentenza contro quattro figure di primo piano dell’organizzazione produca reazioni forti.

Membri dell’UÇK davanti ai Marines statunitensi a Zegra nel giugno 1999.
Membri dell’UÇK schierati per la consegna delle armi ai Marines statunitensi della 26th Marine Expeditionary Unit nel villaggio di Zegra, Kosovo, 30 giugno 1999.

Ma proprio perché la questione è così sensibile, bisogna evitare di parlare a nome di tutti.

Non possiamo dire che il tribunale abbia espresso la volontà politica dell’intero popolo kosovaro. Non esiste un procedimento democratico che lo abbia stabilito. Ma non possiamo nemmeno dire che tutti i cittadini del Kosovo rifiutino la sentenza.

Il Kosovo, come qualsiasi società democratica, non è un blocco uniforme. Ci sono persone che considerano la sentenza ingiusta. Ci sono persone che vogliono prima leggere le motivazioni. Ci sono persone che hanno opinioni differenti sulla responsabilità individuale dei quattro imputati.

Non c’è nulla di strano. Questa è semplicemente la pluralità di una società.

Anche i paragoni con la Croazia vanno fatti con attenzione. Non basta dire che in entrambi i casi c’era stata una guerra, che erano coinvolti comandanti militari e che erano state formulate accuse di crimini. Due processi penali non diventano uguali per questo. Cambiano le persone, cambiano le prove, cambiano i fatti, cambiano le accuse e cambia il modo in cui viene dimostrata la responsabilità individuale.

Il caso di Ante Gotovina e Mladen Markač lo dimostra bene. Nel 2011 l’ICTY li aveva condannati in primo grado; nel 2012 la Camera d’Appello aveva annullato le condanne e assolto entrambi. È un esempio utile per ricordare una cosa molto semplice: una decisione giudiziaria può essere modificata in appello. Ma proprio per questo bisogna aspettare e discutere gli argomenti giuridici, non costruire automaticamente un parallelismo tra procedimenti diversi.

Ogni processo ha il proprio fascicolo. Ogni imputato ha la propria responsabilità. Ogni sentenza deve essere giudicata sulla base delle proprie prove.

C’è poi una distinzione che considero ancora più importante di tutte le altre.

L’UÇK appartiene alla storia. La responsabilità penale appartiene alla giustizia. Non possiamo utilizzare la storia della guerra come prova automatica dell’innocenza di ogni singolo individuo. Ma non possiamo neppure trasformare la condanna di alcuni individui in una condanna dell’intera guerra dell’UÇK.

Sono piani diversi. Una guerra può essere ricordata e interpretata storicamente come una guerra di liberazione e, nello stesso tempo, singoli individui possono essere chiamati a rispondere davanti a un tribunale per specifici crimini. Non c’è necessariamente contraddizione.

È proprio questa distinzione che oggi ci permetterebbe di discutere con maggiore serietà.

Le famiglie dei quattro condannati hanno bisogno di giustizia. Hanno bisogno di una difesa giuridica forte, di argomenti concreti e di tutti gli strumenti che la legge mette a disposizione. Non hanno bisogno di promesse politiche che nessuno può garantire. E nemmeno il Kosovo ha bisogno di trasformare ogni passaggio giudiziario in una nuova battaglia politica.

La politica può discutere dell’esistenza del Tribunale Speciale, della sua istituzione, del rapporto con le istituzioni kosovare e delle conseguenze politiche che questa vicenda produce. È perfettamente legittimo. Ma una cosa è il dibattito politico e un’altra è il processo penale.

La politica ha il suo spazio. La storia ha il suo spazio. Anche l’emozione ha il suo spazio. Il problema nasce quando pretendiamo che uno sostituisca l’altro.

Nessun partito possiede l’UÇK. E nessun politico può considerarsi il proprietario della storia del Kosovo. Per questo eviterei anche di trasformare questo momento in una gara di patriottismo.

Chi ha contribuito alla causa del Kosovo ha il diritto di raccontare il proprio percorso e di difendere le proprie convinzioni. Ma il patriottismo non si misura dalle dichiarazioni rilasciate davanti alle telecamere, né dal numero di bandiere mostrate dopo una sentenza.

L’UÇK fa parte della storia del Kosovo. Proprio per questo non dovrebbe diventare proprietà politica di nessuno. E una decisione giudiziaria, se viene considerata ingiusta, deve essere combattuta con argomenti giuridici.

Oggi, quindi, la cosa più seria da fare è molto meno spettacolare di quanto si possa pensare: leggere la sentenza, studiarne la motivazione, verificare le prove sulle quali il collegio ha fondato le proprie conclusioni e ascoltare ciò che dirà la difesa.

Il resto può aspettare.

Molte delle cose che vengono dette nelle prime ore dopo una sentenza sono destinate a cambiare quando saranno disponibili tutti i documenti e quando il dibattito giuridico entrerà nel merito.

Per questo, in questo momento, servono meno emozioni, meno teorie e più documenti.

La storia del Kosovo è troppo importante per essere difesa con argomenti deboli. E la giustizia è troppo importante per essere sostituita dalla politica.

  • Laureato con il massimo dei voti presso l'Università di Genova, ha completato numerosi altri corsi di formazione in Italia. Docente di Diritto Europeo presso l'Università Internazionale di Prizren, ha tenuto lezioni aperte anche presso altre università di Tirana. Ha lavorato come giornalista presso i quotidiani albanesi come "Gazeta Shqiptare" e "Shekulli". Dal 2020 è membro dell'Ordine Italiano dei Giornalisti. Ha ricevuto il titolo di "Ambasciatore della Nazione" dal Primo Ministro Rama e dal Ministro per la Diaspora, Pandeli Majko,  per il suo impegno costante alla comunità albanese in Italia. Ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti dall'Associazione Albanesi e Arberesh in Italia, nonché dal Comune di Casalvecchio in Puglia. È un noto politologo ed esperto di politica internazionale, invitato e intervistato nei programmi e nelle emittenti televisive più popolari in Albania e Kosovo. Ha avuto impegni politici ed è autore di diversi libri.

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