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Nato Africana: alleanza tra Niger, Mali e Burkina Faso?

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Arianne Ghersi intervista Alessio Postiglione

Nel 2017 è stato pubblicato il libro “Sahel, deserto di mafie e Jihad” a cura di Alessio Postiglione e Massimiliano Boccolini. Il testo analizza scrupolosamente il deserto del Sahara e l’area del Sahel come un crocevia di traffici illeciti (armi, droga ed esseri umani), evidenziando come l’economia criminale unisca il narco-jihadismo alle mafie internazionali e quale impatto tutto ciò abbia sulla sicurezza dell’Italia e dell’Europa.
A quasi 10 anni di distanza cosa si può dire sia rimasto immutato?

La prima cosa da dire è che, pur cambiando gli attori politici e militari, la struttura profonda del problema è rimasta sostanzialmente la stessa. Il Sahel continua a essere un “sistema di corridoi” dove si intrecciano jihadismo, traffici di droga, armi ed esseri umani, con una forte permeabilità dei confini e una debole capacità statale di controllo. 

Quello che nel libro definivamo “narco‑jihadismo” oggi è ancora più evidente: gruppi armati jihadisti si finanziano attraverso le stesse rotte utilizzate da reti criminali transnazionali, spesso con forme di cooperazione tattica. La geografia del rischio non è mutata: il Sahel resta una fascia di instabilità che collega l’Africa occidentale al Mediterraneo, con effetti diretti sulla sicurezza europea, sui flussi migratori irregolari e sulle minacce ibride che colpiscono anche l’Italia. 

Sono cambiati i governi, ma non è cambiato il fatto che l’area rimane un “vuoto di potere” dove l’economia criminale è spesso più organizzata e più prevedibile dello Stato. Non abbiamo per ora elementi concreti per ritenere che le giunte golpiste di Niger, Mali e Burkina riusciranno dove i legittimi governi precedenti hanno fallito.


Sembra sia sorta un’Alleanza degli Stati del Sahel, composta da Mali, Burkina Faso e Niger: tre Paesi guidati da giunte militari, che hanno scelto di rafforzare la cooperazione e ridurre drasticamente i rapporti militari con le potenze occidentali. L’intenzione sembra soprattutto la salvaguardia del principio di difesa collettiva previsto dalla Carta di Liptako-Gourma: un’aggressione contro uno dei membri viene considerata un’aggressione contro tutti.
Quanto è reale questa notizia?
Siamo davvero di fronte alla creazione di una “NATO africana”, così ribattezzata dai media?

La notizia è reale, ma l’etichetta “NATO africana” è più giornalistica che analitica. L’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), nata con la Carta di Liptako‑Gourma, è oggi una realtà politico‑militare strutturata: ha una dottrina di difesa collettiva, istituzioni comuni e, sempre più, una visione condivisa di sicurezza e sovranità. 

Tuttavia, rispetto alla NATO mancano alcuni elementi fondamentali: non c’è un’architettura multilaterale ampia, non c’è un sistema integrato di pianificazione politico‑militare paragonabile, non c’è un ombrello di deterrenza esteso e credibile su scala globale. È piuttosto una confederazione di Stati in transizione, accomunati da regimi militari, che cercano di costruire un’alternativa alle precedenti dipendenze da Francia, Stati Uniti e da alcune missioni ONU. 

Quindi sì, esiste una alleanza di difesa con un principio di mutua assistenza; ma chiamarla “NATO africana” rischia di semplificare e di proiettare categorie euro‑atlantiche su un contesto che ha logiche, fragilità e obiettivi molto diversi.

Sicuramente, le giunte militari hanno rovesciato il sistema precedente perché accusato di essere corrotto e neocoloniale. Le juntas si ripromettevano anche di fondere i tre Stati africani. Che questi “vasti programmi” vengano veramente implementati è lecito dubitare. Per adesso, anche sul promesso graduale ritorno a governi civili, sembra calata una cappa di silenzio. Pur non apprezzando la condotta francese nell’area, che i partner AES – Russia, Cuba, Iran -, possano condurre a evoluzioni democratiche nel contesto, ho forti dubbi.


Un passo a conferma dell’intenzione risiede nel fatto che i tre Paesi abbiano creato una forza militare congiunta permanente, la FU-AES, composta da migliaia di uomini e dotata di mezzi terrestri e capacità aeree. Sono state intensificate anche la condivisione dell’intelligence e il coordinamento delle operazioni, soprattutto contro il terrorismo jihadista.
L’Unione Africana perde quindi di significato? 
I fattori fino ad ora descritti cosa comporterebbero per i paesi limitrofi?

La FU‑AES è il segnale che l’AES non è solo un patto politico, ma un tentativo di costruire una capacità militare autonoma, con comando unificato, quartier generale a Niamey e una forza di circa 5.000 uomini dedicata soprattutto alla zona di Liptako‑Gourma. È una risposta alla crisi dei precedenti strumenti regionali, come il G5 Sahel e, in parte, alla percepita inefficacia di ECOWAS. 

Questo non significa che l’Unione Africana perda automaticamente di significato, ma certamente la AES rappresenta una forma di regionalismo competitivo: un blocco che si ritaglia uno spazio proprio, talvolta in tensione con le organizzazioni continentali e sub‑regionali. Per i Paesi limitrofi, soprattutto quelli costieri come Benin, Togo, Ghana, la conseguenza è duplice: da un lato la speranza che una maggiore capacità di controllo nel cuore del Sahel riduca la pressione jihadista verso sud; dall’altro il timore che la rottura politica tra AES ed ECOWAS produca nuove linee di frattura, con rischi di escalation e di spillover di instabilità. 

In sintesi, la FU‑AES è un tentativo di chiudere il “vuoto di sicurezza” nel triangolo Mali‑Niger‑Burkina, ma crea anche una nuova geografia politica che i vicini devono rapidamente imparare a gestire.


Nel recentissimo passato Mali, Burkina Faso e Niger hanno allontanato forze francesi e statunitensi e hanno cercato nuovi partner militari, soprattutto la Russia, attraverso strutture legate all’ex Wagner e all’attuale Africa Corps.
La creazione, quindi, di questa nuova alleanza è da vedersi come una vera esigenza locale o rischia di essere una “realtà artificiosa” progettata da influenze estere?

Le due dimensioni si intrecciano. Esiste una esigenza locale reale: gli Stati del Sahel vivono da anni una crisi di sicurezza esistenziale, con territori parzialmente sottratti al controllo governativo, eserciti sotto pressione e opinioni pubbliche ostili alla presenza militare occidentale percepita come inefficace o neocoloniale. In questo senso, la scelta di costruire un’alleanza regionale e una forza unificata risponde a un bisogno di sovranità e di legittimazione interna. 

Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo ignorare il ruolo delle influenze esterne. La Russia, attraverso Wagner prima e Africa Corps oggi, ha colto l’opportunità di inserirsi nel vuoto lasciato da Francia, UE e USA, offrendo supporto militare, addestramento e narrative politiche anti‑occidentali. La AES diventa così anche un “contenitore” dentro cui si possono articolare nuove dipendenze strategiche, questa volta verso Mosca e altri attori non occidentali. 

Direi quindi che non siamo di fronte a una pura costruzione artificiosa: la base è una crisi reale e un bisogno autentico di sicurezza. Ma la forma che questa alleanza sta assumendo è fortemente influenzata dal gioco delle potenze esterne, e il rischio è che la promessa di autonomia si traduca in una diversa forma di eterodirezione, con conseguenze non solo per il Sahel, ma per l’intero equilibrio euro‑africano.

Alla fine, nonostante i buoni risultati delle missioni francesi o internazionali, le popolazioni locali non si sono più fidate dell’Occidente per contrastare lo jihadismo.

In teatri come la Siria, la Libia o l’Afghanistan, le potenze occidentali hanno talvolta finanziato, armato o tollerato fazioni islamiste radicali in chiave geopolitica, ad esempio per rovesciare regimi nemici come quello di Gheddafi o Assad. Questa incoerenza globale ha distrutto la credibilità occidentale, spingendo molti nel Sahel a credere che l’alleanza anti-jihadista fosse una finzione e che la Russia potesse essere un alleato più efficace nello sconfiggere i terroristi.

  • Dott.ssa in Scienze Internazionali Diplomatiche, Master in “Religioni e Mediazione culturale” e Master in “Antiterrorismo Internazionale”. Esperienze formative maturate presso Radio Vaticana e la Camera dei Deputati. Dal 2021 al 2023 membro del Comitato di Direzione della Rivista "Coscienza e Libertà", organo di stampa dell’Associazione Internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR). Fondatore del blog "Caput Mundi", supervisore sezione "Geopolitica" Nord Africa e Medio Oriente, cura le pubbliche relazioni del sito ed i contatti con l'esterno. Collaboratrice editoriale presso radio RVS, network hopemedia.it.

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  • Giornalista professionista e docente presso Business School e Università.

    Ha ricoperto incarichi da addetto stampa o portavoce presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero della Cultura, il Parlamento Europeo e il Comune di Napoli.

    È Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Ufficiale della Riserva Selezionata dell'Esercito. È valutatore dei progetti di ricerca del programma europeo Horizon.

    Specializzato in geopolitica, sicurezza, diplomazia culturale e scienze politiche e della comunicazione, ha ricevuto riconoscimenti come il Premio giornalistico e letterario del CONI e il Mare Nostrum Award.

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