Capitolo XX
Nell’ambito dei rapporti tra i contingenti, nei reparti paracadutisti, vi sono gli scambi di brevetto di lancio. In sostanza, ci si reca in un campo di volo, si viene indottrinati alla meglio sul tipo di equipaggiamento e sul vettore di lancio in uso, poi, “luce verde”. Quel giorno, avevo vinto un bel lancio con i tedeschi, già mi pregustavo l’aquila metallica da appuntare dopo sull’uniforme.
Eravamo una decina, tutti alti gradi eccetto un Sergente ed il sottoscritto, distribuiti su due VM scoperti. Ci dirigiamo verso il campo tedesco, lungo l’unica strada esistente in Somalia: la via Imperiale. Alla periferia della città, in prossimità del tristemente noto pastificio, veniamo fermati dalla folla.
Quel giorno era avvenuto il cambio di consegne del check point, con il contingente nigeriano. Per i Somali, che sono convinti di essere una razza eletta fra gli Africani e non solo, questo era inaccettabile. Figurarsi, farsi controllare da dei negri qualunque, con il basco blu. Scatta immediata la rivolta, ci fu un tentativo di assalto alla postazione ed i Nigeriani, che non hanno mai brillato per delicatezza, aprono il fuoco sulla folla. Come per incanto, da sotto le bancarelle appare ogni sorta di arma ed i baschi blu vengono sopraffatti.
Ora ci trovavamo circondati da una folla inferocita, senza possibilità di fuga, senza la possibilità di una realistica difesa e purtroppo, la folla si stava accorgendo di noi: eliminati i Nigeriani eravamo il nuovo giochino. Pensai: “Che culo, una volta che mi propongono per una cosa divertente…”.
La situazione si faceva drammatica; dalla nostra avevamo il fatto di riuscire a comunicare in italiano con i notabili del quartiere, contro, lo stato di sovreccitazione che animava quella massa. I nostri Capi contrattavano e la gente, con eloquenti gesti, ci faceva segno che ci avrebbero accoppato. Un soldato nigeriano morto viene trascinato e gettato sul nostro mezzo. Un bambino fa capire che faremo la stessa fine.
Guardo un Maggiore che ho accanto, ha gli occhi vitrei dalla paura, si alza e prendendo a calci il cadavere urla: «Noi amici, vedi… amici vostri!». Le trattative continuano, ed ecco la cavalleria: gli Americani, che da veri amici passano a volo radente scoperchiando le coperture delle bancarelle, facendo incazzare ancora di più la gente. Ma bravi, grazie.
Tra alterne vicende la situazione si protrae già da diverse ore, quando, all’improvviso, il notabile con il quale stavamo trattando, fa un cenno con il capo, allarga le braccia in segno di resa e se ne va. A quel punto, ho pensato che fosse finita e, vedendomi già evirato mi dissi: che “Se proprio deve succedere, me ne porto con me un bel po’, poi mi faccio secco da solo”.
Cerco le bombe a mano, quando appare il negoziatore che ci dice: «Dovete vivere per raccontare come sono andate le cose, portatevi va i corpi dei soldati». Indovina un po’ a chi tocca recuperare i corpi dei Nigeriani? Ai più bassi in grado. Io ed il Sergente. «Ma cosa mangiano i Nigeriani, pesano tutti cento chili», «Dai, muoviti prima che ci ripensino». L’ultimo che recuperiamo è sfigurato, è stato dato in pasto alle donne, che hanno sfogato la loro millenaria repressione sul poveretto.
Finalmente in Ambasciata; per me i Tedeschi se la possono tenere la loro aquila.
Lancio addestrativo: la libidine di saltare sul deserto, non me la posso perdere. La porta dell’aereo si apre in una luce accecante; sono fuori, appeso, contemplo lo spettacolo del panorama desertico intorno.
Va bene poeta pensa all’atterraggio: guardo in basso, un enorme cespuglio di rovi spinati si avvicina. Tiro due bretelle dei fasci funicolari per tentare di inclinare la calotta, in modo da provocare uno spostamento orizzontale.
Niente, le spine si avvicinano, mi preparo all’impatto cercando di proteggere la faccia. I miei cento chili perforano il cespuglio, non mi sono fatto niente ma tutto il paracadute è completamente agganciato nei rovi. Ci vorrà un’ora e innumerevoli spine conficcate per liberarmi, la patacca del lancio in Somalia me la sono guadagnata.
DONG, DONG, DONG…



