Arte, Architettura e TurismoStoria dell'arte

Le grotte di Mogao e Dunhuang

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Mille anni di arte, fede e memoria sulla Via della Seta

Ci sono luoghi in cui l'arte non è semplicemente conservata: sembra essere cresciuta insieme al luogo che la contiene. Le grotte di Mogao, presso Dunhuang, nella provincia cinese del Gansu, appartengono a questa categoria rarissima. Per più di mille anni, tra il IV e il XIV secolo, monaci, imperatori, funzionari, mercanti, aristocratici e semplici fedeli fecero scavare ambienti nella parete di una falesia e li trasformarono in templi, cappelle, luoghi di meditazione e monumenti votivi.

Padiglione della grotta 96 nel complesso di Mogao, presso Dunhuang.
Facciata principale delle Grotte di Mogao

Il risultato è uno dei più straordinari archivi visivi della storia dell'umanità: 492 grotte decorate, circa 45.000 metri quadrati di pitture murali e oltre 2.000 sculture dipinte. L’UNESCO considera Mogao il più importante e ricco complesso superstite di arte buddhista lungo la Via della Seta e uno dei vertici dell'arte buddhista mondiale.

Ma Mogao non è soltanto un insieme di grotte buddhiste: È una specie di macchina del tempo. Guardando le sue pareti possiamo incontrare principi e imperatori, divinità indiane trasformate dall'immaginazione cinese, mercanti sogdiani, ambasciatori, musicisti, danzatrici, animali esotici, architetture scomparse, strumenti musicali, abiti, acconciature, navi, carri, battaglie, paesaggi e persino dettagli della vita quotidiana.

E, soprattutto, possiamo assistere a qualcosa di eccezionale: il momento in cui culture differenti entrarono in contatto e si trasformarono reciprocamente. Ma per capire Mogao bisogna prima capire Dunhuang.

Oggi Dunhuang appare come una città dell'estremo nord-ovest cinese, affacciata su un paesaggio dominato dal deserto. Nell'antichità, però, la sua posizione era tutt'altro che marginale. Era un'oasi collocata lungo il corridoio di Hexi, una delle principali vie attraverso le quali la Cina comunicava con l'Asia centrale e, indirettamente, con il mondo iranico, indiano e mediterraneo.

La Via della Seta non era infatti una strada unica. Era una gigantesca rete di itinerari terrestri che cambiavano a seconda delle condizioni politiche, climatiche e militari. Dunhuang rappresentava uno dei punti strategici del sistema e per questo motivo l'arte di Dunhuang non è mai completamente "isolata". È cinese, certamente. Ma è anche profondamente cosmopolita.

Le testimonianze provenienti dalle grotte e soprattutto dalla celebre “Grotta 17” documentano una straordinaria pluralità linguistica e culturale: i manoscritti comprendono testi in cinese, tibetano, sanscrito, sogdiano, khotanese, uiguro e altre lingue, arrivando complessivamente a circa venti sistemi linguistici o varietà documentarie. In questo senso Dunhuang può essere considerata una delle grandi "cerniere" della storia dell'arte asiatica.

Facciata delle grotte di Mogao con il padiglione della grotta 96.
Le grotte di Mogao presso Dunhuang, con il padiglione della grotta 96.

La nascita di Mogao

Secondo la tradizione, tutto comincia nel 366 d.C., quando un monaco buddhista chiamato Le Zun raggiunge la zona e, dopo aver avuto una visione di mille Buddha illuminati dalla luce del tramonto, decide di scavare una prima grotta per la meditazione e la devozione. La tradizione va naturalmente distinta dalla documentazione storica, ma la data del 366 è quella convenzionalmente adottata per l'inizio del complesso. Da quel momento il luogo viene progressivamente ampliato.

Le prime grotte appartengono alle fasi iniziali della diffusione del buddhismo nella Cina nord-occidentale. Nel corso dei secoli il complesso cresce, viene modificato, restaurato, ridipinto e talvolta trasformato. Non abbiamo quindi davanti a noi un monumento costruito in un unico momento, quanto piuttosto una stratificazione di mille anni.

Le grotte sono distribuite lungo circa 1,6 chilometri di parete rocciosa e furono scavate nel conglomerato alluvionale della falesia. Questo elemento geologico è fondamentale, perché la parete non è costituita da una roccia compatta come il marmo. Gli ambienti quindi furono ricavati in un materiale relativamente tenero e poi rivestiti con intonaci a base di terra, sabbia e fibre vegetali. Su questa superficie veniva realizzata la decorazione pittorica.

La grotta, dunque, non era semplicemente "scavata". Veniva costruita artisticamente dall'interno.

Entrando idealmente in una grotta di Mogao, si comprende immediatamente che non siamo davanti a una semplice decorazione parietale. L'architettura e la pittura sono inseparabili. Le grotte assumono forme diverse: alcune sono piccole cappelle o nicchie, altre diventano grandi ambienti cerimoniali. In molte compare una struttura architettonica interna che richiama il concetto buddhista di spazio sacro. Le pareti diventano superfici narrative, i soffitti possono trasformarsi in cieli popolati da motivi geometrici, fiori, esseri celesti e musicisti. Le sculture occupano nicchie e altari e le immagini non sono distribuite casualmente: costituiscono un complesso sistema iconografico nel quale il fedele viene letteralmente circondato dal mondo buddhista.

Buddha reclinato e pitture murali nella grotta 148 di Mogao.
Grotta 148 con il Buddha reclinato e le figure lungo la parete.

La pittura non è dunque qualcosa da guardare frontalmente come un quadro appeso a una parete. È un ambiente immersivo e un visitatore antico entrava fisicamente dentro una cosmologia.

La materia dell'arte

Uno degli aspetti più affascinanti di Mogao riguarda proprio la tecnica. Le pareti della roccia venivano rivestite con un intonaco costituito principalmente da materiali terrosi, sabbia e fibre vegetali. Il Getty Conservation Institute descrive il procedimento come una preparazione su intonaco di terra, sul quale veniva applicato uno strato preparatorio; il disegno veniva tracciato con inchiostro rosso e nero e successivamente completato con pigmenti minerali e coloranti organici.

Questa tecnica spiega una parte della straordinaria qualità delle pitture. Il pittore non lavorava semplicemente sulla roccia, ma creava prima una nuova superficie. Era quindi contemporaneamente muratore, preparatore, disegnatore e pittore.

Le superfici erano poi animate da pigmenti di grande intensità. Minerali e terre offrivano colori relativamente stabili, mentre alcuni coloranti organici erano più vulnerabili alla luce, all'umidità e ai processi chimici. La pittura di Mogao, inoltre, non è rimasta immutata. Molte grotte furono ridipinte, alcune sculture vennero restaurate o sostituite. Donatori e personaggi vennero aggiunti in epoche successive.

“Grotta 85” è un esempio straordinario di questa complessità: completata nell'867 durante la tarda dinastia Tang, conserva circa 350 metri quadrati di pitture e tre sculture policrome, ma fu successivamente modificata durante le Cinque Dinastie, la dinastia Yuan e persino quella Qing. Quindi ciò che vediamo oggi non è sempre l'immagine "originale". È spesso la biografia dell'immagine.

Interno della grotta 85 di Mogao con pitture murali e sculture.
Grotta 85 – realizzata e modificata in epoche diverse

Anche le pitture sono un documento fondamentale della storia della tecnologia artistica. L’evoluzione del pigmento ha camminato di pari passo con le tecniche per produrlo e le popolazioni che lo realizzavano. Minerali, terre, e conoscenze artistiche circolavano lungo le stesse reti che trasportavano seta, spezie, metalli preziosi e oggetti di lusso. Questo contribuisce a spiegare perché l'arte di Dunhuang possa apparire sorprendentemente diversa da una grotta all'altra.

Il buddhismo rimane il tema dominante, ma cambia il modo di rappresentarlo. Cambiano i volti, le proporzioni, gli abiti, i gesti. Cambiano i paesaggi e cambiano perfino le modalità con cui vengono rappresentati gli strumenti musicali e gli edifici. È proprio attraverso questi cambiamenti che possiamo leggere la storia della Cina medievale.

Dalla religione alla storia della vita quotidiana

Una delle grandi sorprese di Mogao è che le sue immagini non parlano esclusivamente di religione. Le pitture contengono un'enorme quantità di informazioni sulla società. Possiamo osservare abiti, acconciature, armi, strumenti musicali, veicoli, architetture, animali, tecniche agricole e scene di viaggio.

Pittura murale con la vittoria del generale Zhang Yichao nella grotta 156 di Mogao.
Grotta 156 – Pittura murale della vittoria del generale Zhang Yichao – 848 d.C.

L’UNESCO segnala, per esempio, la Grotta 23 e la 156 di epoca Tang per le rappresentazioni rispettivamente di lavoratori nei campi e di guerrieri; nella Grotta 61, di epoca Song, compare inoltre una celebre rappresentazione del Monte Wutai che costituisce una straordinaria forma di cartografia pittorica, con montagne, fiumi, città, templi, strade e carovane. Questo significa che Mogao è anche una biblioteca dipinta della civiltà cinese medievale. E questo è decisamente il suo aspetto più moderno: Un'immagine sacra può contemporaneamente raccontare qualcosa sulla società che l'ha prodotta.

Quando il buddhismo entra e si sviluppa in Cina, anche la rappresentazione del Buddha cambia. Le prime immagini conservano spesso caratteristiche riconducibili alla tradizione artistica dell'India e dell'Asia centrale. Con il passare dei secoli, però, il Buddha diventa sempre più interpretabile attraverso la sensibilità estetica cinese. Lo stesso processo riguarda i bodhisattva, esseri illuminati che rinunciano al completo ingresso nel nirvana per aiutare gli altri esseri.

Tra questi, Avalokiteśvara (Guanyin nella tradizione cinese) assume una fortuna enorme. A Mogao l'immagine sacra diventa progressivamente più elegante, sensibile, raffinata. Il volto acquista una maggiore dolcezza. Le figure diventano più sinuose. Gli abiti sembrano muoversi. I nastri e i veli diventano strumenti per suggerire il movimento. La pittura acquista una dimensione quasi musicale.

Pittura murale di Avalokiteśvara nella grotta 57 di Mogao.
Affresco di Avalokiteśvara (Guanyin) in adorazione nella grotta 57.

La grande stagione Tang

Se c'è un momento nel quale Mogao raggiunge uno dei suoi massimi splendori, è l'epoca della dinastia Tang, tra il VII e il X secolo. La Cina Tang è una delle grandi potenze del mondo medievale. La capitale Chang'an è una metropoli cosmopolita e i rapporti con l'Asia centrale sono intensissimi.

Questa apertura si riflette direttamente nell'arte, con figure che diventano più monumentali, colori ricchi e composizioni più complesse. Le processioni, i musicisti celesti, i cortei, i donatori e le scene narrative occupano intere pareti. La rappresentazione del corpo umano diventa più sicura e l'arte buddhista cinese raggiunge una capacità straordinaria di combinare monumentalità e grazia.

È importante però non immaginare Mogao come un museo esclusivamente "Tang". Il suo valore sta proprio nella successione delle epoche. Il visitatore può letteralmente attraversare secoli di storia dell'arte entrando da una grotta all'altra.

Dietro questa gigantesca impresa artistica c'è anche una storia economica. Le grotte costavano: Scavare una cavità nella roccia, intonacarla, realizzare sculture, dipingerla e mantenerla era un'impresa che richiedeva risorse. Molte furono quindi commissionate da persone o gruppi che desideravano ottenere meriti religiosi, celebrare la propria posizione sociale, commemorare familiari oppure lasciare una testimonianza della propria devozione.

Ecco perché nelle pitture compaiono i donatori. Sono figure estremamente preziose per lo storico, in quanto rappresentano una sorta di firma sociale. Attraverso il loro abbigliamento, le acconciature, le dimensioni relative, gli accompagnatori e le iscrizioni possiamo ricostruire aspetti della società che ha finanziato la grotta.

Mogao è dunque anche un monumento alla relazione tra arte, fede e potere.

La Via della Seta dipinta sulle pareti e la Grotta 17

C'è un'altra ragione per cui Mogao è fondamentale. Le grotte sono la prova tangibile, se mai ce ne fosse bisogno, che la Via della Seta non fu soltanto una rete commerciale, ma soprattutto una rete di trasmissione culturale. Il buddhismo stesso arrivò in Cina attraverso una lunga storia di trasferimenti dall'India e dall'Asia centrale e con esso viaggiarono immagini, racconti, simboli, strumenti musicali, modelli architettonici, tessuti, tecniche artistiche e idee.

A Dunhuang queste contaminazioni diventano visibili. La pittura può quindi essere letta come una mappa culturale dei contatti tra civiltà. Ma la storia di Dunhuang possiede un capitolo che sembra quasi inventato da uno scrittore.

Manoscritti presso l’ingresso della grotta 17 visti dalla grotta 16 di Mogao nel 1907.
Grotta 16 di Mogao, con i manoscritti presso l’ingresso della grotta 17, nel 1907.

È la Grotta 17, conosciuta come Library Cave, la Grotta della Biblioteca.

Nel 1900 un monaco taoista e custode delle grotte, Wang Yuanlu, scoprì casualmente una porta nascosta nel corridoio della Grotta 16. Dietro quella porta si trovava una piccola stanza completamente riempita di manoscritti, documenti, dipinti, stampe, tessuti e altri oggetti. La camera era rimasta chiusa per secoli e le condizioni estremamente secche del deserto avevano contribuito alla conservazione del materiale. Gli oggetti erano databili grosso modo dal IV all'XI secolo e il loro numero complessivo è stimato in oltre 50.000 documenti e manufatti.

Ritratto fotografico di Wang Yuanlu davanti a un edificio delle grotte di Mogao.
Wang Yuanlu

Immaginiamo la scena: Una piccola porta, una stanza buia e dietro la porta, migliaia e migliaia di rotoli. Un archivio rimasto sigillato per quasi un millennio.

La domanda che sorge spontanea è: “Perché qualcuno riempì quella stanza di documenti e poi la sigillò?” La risposta non è certa. Per molto tempo si è pensato che fosse una sorta di deposito per materiali sacri ormai deteriorati, una specie di luogo di "smaltimento rituale". Ma altri studiosi hanno proposto interpretazioni differenti.

Lo studioso Rong Xinjiang ha collegato il contenuto della grotta a un'attività monastica di raccolta e conservazione di testi danneggiati, destinati eventualmente alla riparazione e alla biblioteca di un monastero. L'ipotesi resta oggetto di discussione. La cosa straordinaria è che non sappiamo nemmeno con certezza quale fosse l'ordine originario dei materiali. Quando Wang Yuanlu entrò nella stanza, iniziò infatti a selezionare, spostare e consegnare alcuni documenti. Il "fossile" storico era già stato disturbato prima che gli studiosi occidentali lo vedessero.

Purtroppo Wang Yuanlu non era un archeologo, era un religioso che si era assunto il compito di occuparsi delle grotte, allora in condizioni precarie. Cercava fondi per restaurarle. Provò a richiamare l'attenzione delle autorità locali sulla scoperta, ma inizialmente non ottenne il sostegno che sperava. Alla fine divenne di fatto il custode della stanza ma Dunhuang era lontanissima dai grandi centri culturali cinesi, e gli archeologi europei stavano iniziando a percorrere sistematicamente le antiche rotte dell'Asia centrale. Wang Yuanlu immaginò che la notizia della scoperta avrebbe inevitabilmente attirato la loro attenzione…e così fu!

Nel 1907 giunge a Mogao l'archeologo britannico di origine austro-ungarica Marc Aurel Stein, uno dei grandi esploratori delle antiche vie dell'Asia centrale. Quando viene a conoscenza della Grotta 17, riesce a ottenere accesso ai suoi contenuti e negozia con Wang Yuanlu l'acquisto di grandi quantità di manoscritti e altri materiali.

Paul Pelliot esamina i manoscritti nella grotta della Biblioteca a Mogao.
Paul Pelliot con i manoscritti della Grotta 17 – 1908

Secondo l'International Dunhuang Programme, durante la prima transazione Stein acquisì cinquanta fasci di manoscritti cinesi e cinque tibetani insieme a dipinti, tessuti, stampe e altri oggetti; pochi mesi più tardi furono trasferiti altri circa 230 fasci. Una parte enorme del patrimonio di Dunhuang prende così la strada dell'Europa.

L'anno successivo, 1908, arriva il sinologo francese Paul Pelliot. La sua vicenda è particolarmente interessante. Pelliot conosceva il cinese e possedeva una formazione filologica eccezionale. Passò molto tempo nella Grotta 17 esaminando i manoscritti. Le fotografie dell'epoca lo mostrano seduto nella piccola stanza, alla luce di una candela, circondato da montagne di documenti.

Pelliot selezionò e acquistò migliaia di manoscritti e centinaia di dipinti, sculture e tessuti, oggi conservati principalmente nelle collezioni francesi, tra cui quelle del Musée Guimet. Ed è qui che nasce una delle grandi questioni della storia moderna di Dunhuang: salvataggio, commercio, esportazione o dispersione?

La risposta dipende come quasi sempre dalla prospettiva storica adottata. È indubbio che gli oggetti siano oggi dispersi in numerose istituzioni internazionali. È altrettanto indubbio che le spedizioni europee abbiano contribuito enormemente alla conoscenza scientifica di Dunhuang. Ma è anche evidente che una parte considerevole di quel patrimonio lasciò la Cina in un periodo nel quale la tutela del patrimonio archeologico cinese era estremamente fragile.

La storia della Grotta 17 è quindi inseparabile dalla storia del colonialismo culturale, delle spedizioni archeologiche e del rapporto, ancora oggi complesso, tra musei occidentali e patrimonio asiatico.

Statua del monaco Hong Bian nella grotta 17 di Mogao.
Statua di Hong Bian – Grotta 17

La cosa più impressionante della Grotta 17 è che i documenti non parlano soltanto di buddhismo. Tra le migliaia di testi compaiono documenti religiosi, amministrativi, economici e personali. Ci sono testi cinesi e tibetani, ma anche documenti in lingue dell'Asia centrale. L'International Dunhuang Programme sottolinea che i manoscritti riflettono almeno una ventina di tradizioni linguistiche e costituiscono una testimonianza eccezionale della natura cosmopolita di Dunhuang. Tra questi materiali esistono persino testimonianze relative allo zoroastrismo, compreso un frammento in scrittura sogdiana contenente la preghiera Ashem Vohu, in lingua avestica, considerato il più antico frammento scritto di avestico sopravvissuto.

Questo è dunque il punto fondamentale: La Grotta 17 non è soltanto una biblioteca buddhista, ma una fotografia della complessità culturale dell'Asia medievale.

L'invenzione della stampa e il problema della conservazione

Tra i materiali di Dunhuang si trovano anche documenti stampati. Uno dei più celebri è il Diamond Sutra, il Sutra del Diamante, datato all'868 e tradizionalmente considerato il più antico libro stampato completo datato conservato. Il fatto è straordinario perché ci ricorda quanto la storia della stampa asiatica preceda di molti secoli la rivoluzione tipografica europea di Gutenberg.

Frontespizio xilografico del Sūtra del Diamante datato 868.
Sutra del Diamante – Il testo a stampa più antico del mondo – 868 d.C. – British Library

La carta, la calligrafia, la stampa xilografica e la circolazione dei testi appartengono a una storia tecnologica che in Cina aveva già raggiunto livelli sofisticatissimi. Dunhuang conserva dunque anche una parte fondamentale della storia della trasmissione dell'informazione.

Analizziamo ora il paradosso più assurdo: Mogao è sopravvissuta per mille anni anche grazie al suo ambiente desertico. Ma proprio quell'ambiente oggi costituisce una delle sue principali minacce. Le pitture sono estremamente fragili. Il supporto è composto da materiali terrosi. L'umidità può favorire fenomeni di dissoluzione e migrazione dei sali. Le variazioni ambientali possono provocare movimenti e distacchi. Il vento trasporta sabbia e gli eventi sismici possono compromettere la struttura.

E poi c'è un nemico molto particolare: il visitatore. La presenza umana modifica temperatura, umidità e concentrazione di anidride carbonica all'interno delle grotte. Per questo la conservazione di Mogao è diventata uno dei più importanti laboratori internazionali di conservazione dell'arte murale.

Dal 1989 il Getty Conservation Institute collabora con la Dunhuang Academy per la conservazione del sito. Il progetto ha affrontato progressivamente problemi strutturali, ambientali e conservativi, fino a concentrarsi in maniera particolare sulle pitture murali.

Uno dei casi più importanti è proprio la Grotta 85. Il problema fondamentale era il distacco dell'intonaco dipinto dalla superficie rocciosa. Quando l'adesione viene meno, la pittura rischia letteralmente di staccarsi dalla parete e cadere. Gli studi hanno dimostrato che fenomeni come l'umidità e la presenza di sali solubili giocano un ruolo importante nei processi di deterioramento.

Il progetto non si è limitato a "restaurare"; ha invece cercato di capire perché la pittura si deteriora, perché il restauro moderno non può più limitarsi a riparare il danno. Deve cercare di impedire che il danno si riproduca.

Pittura murale con figure buddhiste nelle grotte di Mogao.
Problemi di conservazione degli affreschi

La conservazione di una grotta come Mogao arriva a livelli quasi paradossali. Nel caso della Grotta 85, gli studi di gestione della visita hanno stabilito condizioni molto restrittive, legate tra l'altro alla concentrazione di CO₂ e soprattutto all'umidità relativa. Per esempio, il sistema di gestione considera una soglia di umidità relativa del 62% per le condizioni a rischio di deterioramento legato ai sali; in presenza di condizioni sfavorevoli la grotta può essere temporaneamente chiusa ai visitatori.

Questo ci porta davanti a una domanda molto contemporanea: come si può permettere al pubblico di vedere un'opera senza contribuire alla sua distruzione? La conservazione richiede controllo, monitoraggio e limitazione degli accessi.

E qui Mogao diventa incredibilmente attuale. Per mille anni le grotte sono sopravvissute quasi nascoste. Poi, nel XX secolo, sono diventate uno dei più importanti patrimoni artistici dell'Asia. La fama ha portato ricerca, finanziamenti, restauri e conoscenza, ma anche visitatori.

E i visitatori sono contemporaneamente la ragione per cui vogliamo conservare il monumento e una delle possibili cause del suo deterioramento. È una contraddizione che oggi riguarda praticamente tutti i grandi siti culturali del mondo.

Scultura dipinta del Buddha e pitture murali nella grotta 254 di Mogao.
Scultura dipinta del Buddha e pitture murali nella grotta 254 di Mogao.

La risposta contemporanea comprende anche la tecnologia digitale. Fotografie ad altissima risoluzione, documentazione scientifica, banche dati e ricostruzioni virtuali permettono di studiare e condividere le opere senza sottoporle continuamente alla presenza fisica del pubblico.

È una filosofia molto importante. Se nel passato il patrimonio veniva considerato qualcosa che doveva essere visto fisicamente, oggi possiamo pensare a una seconda forma di accesso: quella digitale. Non sostituisce l'originale, ma può ridurre la pressione sull'originale. E permette, inoltre, di ricomporre virtualmente ciò che la storia ha disperso.

La vicenda della Grotta 17 offre un esempio perfetto. Visto che manoscritti e dipinti finirono in Gran Bretagna, Francia, Russia, Giappone, India e in altre collezioni il Programma di digitalizzazione dell’ International Dunhuang Programme permette di mettere in relazione questi frammenti. Un dipinto frammentario proveniente dalla Grotta, per esempio, è stato virtualmente ricostruito mettendo in relazione parti conservate oggi in istituzioni diverse, restituendo loro una possibile unità visiva.

L’esperienza sensoriale di Mogao e la sua importanza nella storia dell’arte

C’è un aspetto che, studiando Mogao, viene spesso dimenticato, ma che ha probabilmente avuto un ruolo importante nell'esperienza sensoriale di una visita alle grotte: la luce naturale. Sarebbe errato infatti immaginare una visita al complesso di grotte come quella che effettueremmo in musei tradizionali, illuminati artificialmente.

Buddha seduto e figure di accompagnamento nella grotta 45 di Mogao.
Gruppo scultoreo con Buddha e figure di accompagnamento nella grotta 45 di Mogao.

Quelli di Mogao erano ambienti oscuri, nei quali le immagini emergevano progressivamente. Una superficie dipinta con colori intensi poteva apparire improvvisamente nella penombra. Una statua dorata o policroma poteva catturare la luce. Il fedele non entrava quindi semplicemente in una stanza. Entrava in un ambiente nel quale la percezione stessa faceva parte dell'esperienza religiosa.

Dal punto di vista della storia dell'arte, Mogao ha un'importanza difficilmente sopravvalutabile. Permette infatti di seguire, quasi come attraverso una pellicola cinematografica, l'evoluzione dell'arte buddhista cinese per circa un millennio. Dalle prime influenze centroasiatiche alle elaborazioni cinesi. Dalla semplicità delle prime immagini alla monumentalità Tang. Dalla pittura religiosa alla rappresentazione sempre più articolata del mondo naturale e sociale.

Ogni generazione lascia qualcosa. E quella successiva non cancella necessariamente la precedente. La sovrappone. La modifica. La restaura. La interpreta. Mogao è dunque anche la storia di come una civiltà guarda al proprio passato.

E per quanto Mogao sia naturalmente un patrimonio cinese, ha un’importanza universale.

L’UNESCO lo ha riconosciuto come patrimonio mondiale proprio per la sua eccezionale testimonianza della storia dell'arte buddhista e degli scambi culturali lungo la Via della Seta. È uno di quei luoghi nei quali la distinzione tra "arte cinese", "arte indiana", "arte centroasiatica" e "arte occidentale" diventa insufficiente. Perché la storia reale è fatta di passaggi. Di contaminazioni. Di traduzioni. Di trasformazioni.

Oggi le grotte di Mogao sono protette, studiate e sottoposte a sofisticati programmi di conservazione. La collaborazione internazionale avviata nel 1989 tra Dunhuang Academy e Getty Conservation Institute ha prodotto metodologie di studio, monitoraggio e conservazione che sono diventate un riferimento anche per altri siti rupestri lungo la Via della Seta.

Ma il problema fondamentale rimane: Come si conserva un luogo che è stato creato per essere vissuto? Forse la risposta di Dunhuang è proprio questa: non possiamo semplicemente congelare il passato. Possiamo soltanto cercare di comprendere la materia, controllare l'ambiente, limitare ciò che la minaccia e utilizzare ogni strumento possibile per trasmettere la conoscenza.

Perché Mogao non è soltanto una testimonianza di ciò che è stato, ma una responsabilità nei confronti di ciò che ancora deve venire. E forse, entrando idealmente in una di quelle grotte buie, possiamo immaginare il primo pellegrino che mille e seicento anni fa sollevò lo sguardo verso una parete illuminata dalla tremolante luce di una lampada.

Davanti a lui c'era il Buddha. Dietro di lui il deserto. E tra i due, sulle pareti della montagna, mille anni di storia stavano appena cominciando a essere scritti.


Riferimenti bibliografici:


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  • Raffaele Chietti

    (Napoli, 1970), è un antiquario specializzato in Tappeti ed arte Orientale.
    Appassionato di musica e storia, già durante gli studi universitari di Ingegneria Elettronica, si interessa al lavoro della madre, fondatrice della Persepolis, una importante galleria di tappeti.
    Nel 1996 realizza uno dei primi siti web del settore, www.persepolis.it e diventa poi, nel 2001, il più giovane Presidente dell'Associazione Napoletana Antiquari, nonchè consigliere FIMA (Federazione Italiana Mercanti d'Arte) organizzando due edizioni della Mostra Antiquaria Internazionale "Reggia di Portici".
    Dopo l'esperienza associativa, espande l'attività della sua azienda interessandosi, oltre all'Arte Orientale, anche all'Antiquariato Europeo, confermandosi come punto di riferimento nel settore.
    A Giugno 2025 inizia la sua avventura social, che in pochi mesi, grazie a video che parlano di storia dell'arte, lo porta ad una discreta notorietà.

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