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Geopolitica trumpiana

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Un pilastro sacrosanto, tanta improvvisazione e troppa maleducazione.

Il Presidente statunitense Trump, specie durante il suo attuale secondo mandato, ci ha ormai abituati ad uno stile istrionico ed a metodi diplomatici che fanno a pugni con la diplomazia stessa e, troppo spesso, anche con la buona educazione.

L’uomo, del resto, ormai lo conosciamo ed è inutile perdersi troppo in analisi psicoattitudinali sulla sua personalità. Squalo degli affari, uomo di successo, abituato a comprare ciò che desidera, donnaiolo da combattimento tanto per quantità che qualità delle donne e dotato di un ego smisurato. Insomma, l’uomo che tutti vorremmo come amico, a cominciare da coloro che non hanno l’onestà intellettuale d’ammetterlo! Uno stupido? Niente affatto: un vincente spietato che col suo desiderio di affermazione ha fatto i miliardi e poi per due volte si è conquistato, contro tutto e tutti, la leadership del Partito Repubblicano e pure la Casa Bianca.

La sua linea di politica estera è in linea col carattere. Il bisogno edonistico di essere insignito del Premio Nobel (che persino se lo meritasse non gli verrebbe dato dalla Commissione nemmeno sotto tortura), la volontà e soprattutto la capacità di comprendere i bisogni dell’America “profonda”, quella dei bianchi poveri figli della deindustrializzazione e rovinati dalla delocalizzazione industriale: anche se della globalizzata  New York Trump è un americano fatto e finito, coi pregi del caso e i difetti esacerbati dalla sua personalità.

Una tipica postura sui generis del Presidente USA Donald Trump.
Una tipica postura sui generis del Presidente USA Donald Trump.

La politica estera del Presidente è, manco a dirlo, una versione cafonal del sacrosanto patriottismo americano. Tuttavia, non dobbiamo semplificare. Dal 1917 ad oggi la storia ha mostrato più e più volte che i Presidenti del Partito Democratico (la sinistra americana) sono molto più interventisti e “bombaroli” di quelli del Partito Repubblicano. Questo perché l’ideale universalista di origine marxista ha contagiato anche i progressisti statunitensi, sebbene in modo annacquato grazie all’etica protestante. I repubblicani, invece e con le dovute eccezioni, hanno sempre avuto un debole per l’isolazionismo.

Il motivo di questa divisione non è solo ideologico, ma anche socio-geografico. I democratici (come tutta la sinistra occidentale) vengono votati nelle grandi città, dai ricchi annoiati “radical chic” internazionalisti, e, all’opposto della scala sociale, dalle minoranze etniche (afroamericani in primis) e dai poveri in cerca di sussidi pubblici. I repubblicani invece hanno i loro bastioni tra i bianchi poveri del centro-sud (i cosiddetti Redneck oHillbilly), tra i provinciali dell’Ovest, nelle comunità impoverite dalla deindustrializzazione e, soprattutto, tra la classe media della provincia benestante ma non ricca. Quest’ultima è quella che in Italia chiameremmo “popolo delle partite IVA”.

Va da sé che un Presidente repubblicano, per quanto sui generis come Trump, sia erede della sua tradizione partitica. Da qui la volontà trumpiana di disinteressarsi dei problemi mondiali e tornare ad una sorta di isolazionismo. Tutto semplice in teoria, peccato che poi si debba fare i conti col mondo. Gli Stati Uniti, più nolenti che volenti, è dal 1945 che hanno sulle spalle l’antipatico ma remunerativo ruolo di superpotenza. E se avessero accettato la realtà lo avrebbero assunto nel 1918, invece di tentare un impossibile ritorno all’isolazionismo. Ciò avrebbe impedito lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ma è inutile piangere sul latte versato…

Una superpotenza per durare nel tempo deve bilanciare due esigenze: la difesa del proprio interesse nazionale e la felicità dei suoi vassalli. Venir meno alla prima porta ad errati calcoli geopolitici, come fece la Spagna nel XVII secolo. Imporre il proprio potere solo con la violenza indebolisce la struttura imperiale e trasforma i vassalli in ribelli, come accadde ad Atene e poi all’Unione Sovietica.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, durante la Guerra Fredda hanno dimostrato di essere dei bravi studenti di Roma antica: con la restaurazione o l’imposizione di democrazia e capitalismo (in sintesi della libertà) hanno arricchito i loro alleati/vassalli, rendendoli dei giganti economici ben felici di stare sotto l’ombrello militare statunitense. Al tempo stesso hanno quasi sempre saputo evitare “sbandate verso est” da parte dei propri sottoposti. E chi non crede a quest’analisi vada a confrontare il livello di vita medio di Cuba con quello di Portorico.

Ma gli imperi, anche quelli più virtuosi, hanno un costo. E gli Stati Uniti, per ragioni interne in gran parte demografiche, non sono più quelli del 1945. Certo rimangono di gran lunga la prima potenza mondiale, ma la rinascita europea, la crescita di Giappone ed India e la restaurazione post imperiale cinese hanno reso la loro posizione relativa molto più debole. Da qui la volontà americana (espressa la prima volta da Obama e ribadita da Trump, da Biden e di nuovo da Trump) di far rispettare agli alleati europei i trattati sulle spese militari, che il Vecchio Continente ha sempre disatteso in quanto viziato dalla tutela americana. Del resto con un’Europa ormai abbastanza ricca da poter sulla carta badare alla propria difesa gli Stati Uniti potrebbero concentrarsi sulla dissuasione del vero nemico del XXI secolo: la Cina.

Su queste motivazioni oggettivamente sacrosante Trump ha costruito l’essenza della sua politica estera. Peccato che la condisca con un linguaggio e degli atteggiamenti da coatto. Facciamo qualche esempio. Le sparate sull’annessione del Canada hanno offeso un Paese già semi integrato con gli USA (difesa aerea unificata, prefisso telefonico unico, campionati dei principali sport unificati ed il più lungo confine terrestre del mondo senza un soldato da più di un secolo).

Il post di Trump sul social "Truth" emblema della mitopiesi personale.
Il post di Trump sul social “Truth” emblema della mitopiesi personale.

La sceneggiata canadese è stata poi surclassata dalla volontà del Presidente di annettersi la Groenlandia (territorio autonomo della Danimarca, Paese della NATO!). Sebbene anche in questo caso l’irritazione americana abbia qualche fondamento (la Groenlandia è strategicamente fondamentale e i danesi non hanno né i mezzi né la volontà di difenderla dalle infiltrazioni sino-russe) il linguaggio di Trump è stato imbarazzante e controproducente.

Da notare che già il democratico Truman, nei primi anni ‘50, propose l’acquisto della freddissima e maggiore isola del mondo, ma quando la Danimarca rifiutò saggiamente si accontentò di un trattato che la pose sotto l’ombrello militare statunitense. Se non altro l’insistenza di Trump sulla Groenlandia ha portato ad un nuovo trattato di cooperazione economica e difesa strategica tra Washington e Copenaghen. Ritorno alla ragionevolezza o vittoria del vecchio pokerista? Impossibile dirlo…

Passiamo al Medio Oriente. Malgrado la sua volontà isolazionista Trump non si è allontanato di un millimetro dallo storico sostegno che gli Stati Uniti forniscono ad Israele. Forse lo ha persino aumentato, al punto di trovare vari punti d’intesa col Governo finora più a destra della storia israeliana. Inoltre, mentre scriviamo le rivolte popolari contro il nefasto regime islamico iraniano sono ancora in corso, con l’inquilino della Casa Bianca si sta palesemente preparando a dare il colpo di grazia agli eredi di Khomeyni.

Ciò non solo farebbe un favore al mondo, ma dopo il blitz in Venezuela indebolirebbe ulteriormente la posizione della Russia (che nell’Iran ha un importante fornitore d’armi) e della Cina (che importa dall’Iran gran parte del suo petrolio). Pertanto, l’Iran è il classico esempio dove la volontà ideologica isolazionista si scontra con le necessità geopolitiche.

Abbiamo citato il Venezuela, cosa che ci porta al colpo finora meglio riuscito di Trump. Non solo la deposizione del ducetto da operetta Maduro ha reso il mondo un posto migliore e i venezuelani un popolo di gran lunga più felice, ma è anche stata un’operazione degna della “politica delle cannoniere” di fine XIX secolo. Un mix di Dottrina Monroe e principio strategico del “giardino di casa” che non si vedeva dalle cosiddette Guerre della Banana degli anni ‘20. Trump pertanto in Venezuela ha compiuto gesto benefico, ma prettamente imperiale, che gli ha messo in tasca alcune delle principali riserve petrolifere mondiali che ora i cinesi non vedranno per un bel po’. Il tutto con uno sforzo militare minimo ed un’operazione semplicemente perfetta. Un all in di poker ottenuto con una coppia di 5!

Concludiamo il nostro giro del mondo con la partita più importante: l’Ucraina. Dopo quattro anni di guerra la Russia ha massacrato l’Ucraina, ne ha devastato le infrastrutture e ne ha occupato circa il 20% del territorio. Ma a sua volta ha perso oltre un milione e duecentomila uomini (tra morti e feriti), si è impantanata in una guerra che salvo sorprese eclatanti non può vincere militarmente, si è ridotta a lebbroso mondiale, con un’economia a pezzi, una società civile ridotta ad una larva putrefatta, una figura militare imbarazzante e geopoliticamente vassalla della Cina. Il tutto per un 20% di territorio ucraino occupato. Insomma, un disastro totale che ha reso Putin sempre più paranoico ed omicida.

L'attuale stato dell'occupazione russa in Ucraina (al 28 gennaio 2026), come pubblicato da Al Jazeera su mappa originale di ISW (Institute for the Study of War).
L’attuale stato dell’occupazione russa in Ucraina (al 28 gennaio 2026), come pubblicato da Al Jazeera su mappa originale di ISW (Institute for the Study of War).

E come si sta comportando Trump riguardo all’Ucraina? Apparentemente (torneremo su questa parola) in modo imbarazzante. Ha ridotto gli aiuti militari al Paese aggredito che tutti davamo per spacciato ed invece ha svergognato lo smargiasso Putin, ne ha umiliato in modo vergognoso il Presidente che ancora negli anni ‘80 se ne sarebbe andato dagli USA curvo per il peso delle medaglie appuntategli al petto e, cosa peggiore, sta insistendo per una pace folle che altro non sarebbe che una riedizione del disastro di Monaco del 1938, conseguenze comprese!

Perché questo atteggiamento sicuramente odioso e forse controproducente? In sintesi, perché Trump vede la Russia per quello che è: una potenza più che in declino ma proprietaria di terre e risorse naturali sconfinate. Se la Russia collassasse in una nuova e forse definitiva edizione del 1991 queste terre e questi spazi potrebbero finire in gran parte nelle mani indovinate di chi? Esatto, della Cina, il vero nemico.

Di fronte a questa prospettiva Trump è disposto a sacrificare l’Ucraina, se questo togliesse la Russia dal mortale abbraccio cinese in cui Putin l’ha stupidamente e criminalmente gettata. La volontà del Presidente è tanto più chiara in quanto finora ha alternato insulti e complimenti verso Zelensky (il quale, poveretto, a sua volta non può che cercare di imbonire l’americano), mentre ha tollerato di essere palesemente preso in giro da Putin riguardo alle proposte di tregua. E per un permaloso edonista come Trump non dev’essere stato un sacrificio da poco…

Pertanto, l’atteggiamento del Presidente americano verso il conflitto russo-ucraino ha oggettivamente un senso, per quanto espresso in maniera odiosa: in parole povere evitare che la Cina imperial-comunista arrivi fino agli Urali e si impossessi di tali risorse da diventare forse incontenibile senza una Terza Guerra Mondiale.

Se tutto ciò ha un senso è però la dimostrazione che Trump non ha studiato Churchill. Il grande statista inglese previde che cedere a Monaco avrebbe condotto ad un nuovo conflitto mondiale e, una volta divenuto Primo Ministro, incarnò la volontà britannica di non trattare con Hitler, a rischio d’essere sterminati.

I britannici sapevano benissimo che, anche in caso di vittoria, una lotta all’ultimo sangue col Terzo Reich avrebbe significato la fine dell’Impero, la decadenza e la dipendenza dai cugini d’oltreoceano. Ma lo accettarono. Lo accettarono e così facendo evitarono la nazificazione dell’Europa. Lo accettarono perché era la cosa giusta da fare.

Slava Ukraini!

  • Laureato in Storia, autore di saggi storici e di svariati articoli di storia ed analisi geopolitica.
    Fondatore del blog "Caput Mundi", coordinatore sezione "Storia" e "Geopolitica" russa ed anglosassone.

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