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Leonid Brezhnev: l’uomo della Stagnazione

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I Signori del comunismo: storia dell’Unione Sovietica attraverso i suoi leader.

Nel precedente articolo abbiamo visto che Krusciov fu rovesciato dalla stessa leadership sovietica per aver tirato troppo la corda, sia in politica interna con la disastrosa Campagna delle Terre Vergini, sia estera con la Crisi di Cuba (e senza indagare troppo riguardo all’omicidio Kennedy).

Il successore alla suprema carica di Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (ricordiamo che nell’URSS il Partito e lo Stato quasi si sovrapponevano) fu Leonid Ilyich Brezhnev (1906-1982).

Brezhnev nacque nell’attuale Ucraina centrale. Per tutta la vita in alcuni documenti, tra cui il passaporto, sarebbe stato identificato di etnia ucraina, in altri russa. Ragazzo intelligente e gran lavoratore, malgrado la loro povertà i genitori riuscirono a dargli un’istruzione superiore alla media.

Nel 1921 fu costretto dalla terribile Carestia del 1921-’23 (causata dal Comunismo di Guerra di Lenin) ad abbandonare la regione natale. Si trasferì nella Russia meridionale, dove continuò a lavorare, studiare e dove, soprattutto, si iscrisse al Partito Comunista, all’epoca l’unico modo per iniziare una coerente scalata amministrativa.

Leonit e Victoria Brezhnev nel 1935 (dall'archivio fotografico di musaelian.ru).
Leonit e Victoria Brezhnev nel 1935 (dall’archivio fotografico di musaelian.ru).

Troppo giovane per partecipare agli eventi della Guerra Civile Russa, Brezhnev entrò nei bassi ranghi della nomenklatura sovietica dopo la vittoria bolscevica, salendo la gerarchia grazie alle Purghe di Stalin, che lasciarono molte cariche vacanti da occupare al posto della vecchia guardia, sterminata dal satrapo georgiano.

Durante il conflitto mondiale fu anche lui un commissario politico. Nel ‘52 Stalin lo promosse membro del Comitato Centrale, da cui però fu retrocesso alla morte del tiranno. La sua carriera riprese con progressività sotto Krusciov, fino ad arrivare al Politburo nel 1959. In questa posizione partecipò al golpe bianco del ‘64, in seguito al quale divenne Segretario Generale, carica che avrebbe ricoperto fino alla morte, nel 1982: una lunga era passata alla storia come periodo della Stagnazione.

L'intera leadership sovietica riunita attorno a Stalin presso il Mausoleo di Lenin a Mosca per la parata militare dell'8 maggio 1950.
L’intera leadership sovietica riunita attorno a Stalin presso il Mausoleo di Lenin a Mosca per la parata militare dell’8 maggio 1950.

Sotto Brezhnev ogni speranza di riforma democratico-istituzionale svanì, la repressione riprese vigore (a metà anni ‘70 vi erano oltre 10.000 prigionieri politici), Stalin venne parzialmente rivalutato, la burocrazia divenne sempre più asfissiante e le spese militari salirono vertiginosamente, col risultato che venne raggiunta la parità nucleare con gli Stati Uniti, ma ad un pesante costo in termini di benessere interno.

In sintesi, si può dire che ponendo al vertice Brezhnev la dirigenza comunista dimostrò di “non crederci più”. Niente più speranza di rivoluzione mondiale, consapevolezza della superiorità economica dell’Occidente capitalista e semplice desiderio di godersi potere, donne e caviale dopo gli orrori iniziati da Lenin e portati al parossismo da Stalin ed Hitler. Per non parlare dello spavento causato dalla Crisi dei Missili di Cuba.

Le conseguenze di un potere che ormai pensava solo a sopravvivere tramite l’immobilismo furono il dilagare della corruzione, che raggiunse livelli parossistici, l’invecchiamento dei dirigenti, illicenziabili anche se incompetenti, il rallentamento economico, da cui il termine stagnazione, ed il progressivo aumento del gap tecnologico con l’Occidente, il quale si apprestava ad entrare nell’era dell’informatica, delle nanotecnologie e di molto altro ancora.

Ciò non significa che l’URSS avesse già gettato la spugna nel grande confronto conosciuto come Guerra Fredda. Semplicemente, da Brezhnev in poi, evitò lo scontro diretto, diventando in compenso abilissima a sfruttare le debolezze e le contraddizioni interne delle democrazie.

Non è un caso che i partiti comunisti occidentali abbiano raffinato la loro retorica “pacifista” proprio durante la Stagnazione brezhneviana: non potendo sconfiggere militarmente l’Occidente, Mosca ordinò ai suoi collaborazionisti ad Ovest della Cortina di Ferro di portare avanti politiche di disarmo materiale e spirituale nei confronti dell’URSS, che nel frattempo si armava come non mai.

Pertanto in politica estera Brezhnev evitò accuratamente i confronti a muso duro con gli USA, “limitandosi” a inondare d’armi il Terzo Mondo e i terroristi di tutto il pianeta. Una politica dispendiosa ma prudente, coronata dalla Guerra del Vietnam, la più grave sconfitta americana della Guerra Fredda.

Lo scivolone indocinese avrebbe potuto avere conseguenze peggiori per il Blocco Ovest, ma il destino portò alla Casa Bianca Richard Nixon (1913-1994), Presidente eccessivamente spregiudicato, ma statista di raro spessore in politica estera. Nixon, profondo conoscitore della storia, comprese che l’URSS non era altro che una Russia imperiale resa peggiore dall’ideologia comunista, pertanto, poteva essere colpita nei punti deboli della sua eredità geopolitica.

Leonid Brezhnev(a sinistra) e Richard Nixon (a destra).
Leonid Brezhnev(a sinistra) e Richard Nixon (a destra).

Il principale di questi punti deboli era, come già accennato, la Cina, l’altro antico impero che per ragioni storico-geografiche non poteva non entrare in contrasto con l’Unione Sovietica. Quello che seguì fu il riavvicinamento sino-americano coronato dal celebre incontro del 1972 tra Nixon e l’anziano sanguinario, ma sempre scaltro, Mao Zedong. L’alleanza, de facto se non de iure, tra Washington e Pechino per Mosca apriva un potenziale secondo fronte in estremo oriente. Ciò costrinse l’URSS a schierare decine di divisioni lungo i confini con la Cina.

Grazie a Nixon gli Stati Uniti avevano vinto metà della Guerra Fredda. Reagan avrebbe completato l’opera.

I problemi esteri dell’URSS brezhneviana, tuttavia, non si limitarono alla Cina ed alle guerre in Africa, Asia ed America latina, guerre per altro in gran parte vinte grazie all’enorme dispendio di soldi ed energie, a fronte di un’America paralizzata dalla sindrome vietnamita.

L’evento più dannoso per l’immagine del comunismo mondiale avvenne in Europa. Nel 1968 il Governo comunista cecoslovacco tentò di attuare delle riforme per liberalizzare la vita dei propri cittadini, la cosiddetta Primavera di Praga. Se il processo fosse andato avanti nel giro di pochi anni la dittatura socialista sarebbe stata abolita e la Cecoslovacchia avrebbe abbandonato il Patto di Varsavia, dando il via al crollo dell’intero Blocco Est.

Pertanto, i sovietici si trovarono tra una prospettiva strategicamente letale ed un’azione propagandisticamente peggiore della repressione ungherese del 1956. Brezhnev scelse la seconda opzione, ordinando l’invasione della Cecoslovacchia. Il vassallo ribelle fu riportato all’obbedienza, ma l’effetto sull’immagine dell’URSS fu disastroso, con 300.000 cecoslovacchi che fuggirono in Occidente e aggravato dall’esposizione da parte del Segretario Generale della Dottrina Brezhnev, una linea geopolitica di tipo colonialista, secondo cui l’URSS si attribuiva il diritto di intervenire militarmente nei Paesi del Blocco Est qualora lo ritenesse necessario.

L'invasione della Cecoslovacchia (20 - 21 agosto 1968).
L’invasione della Cecoslovacchia (20 – 21 agosto 1968).

La cosa ad un tempo ironica e squallida? Che in quel 1968, contemporaneamente all’invasione della Cecoslovacchia, in Occidente esplose la cosiddetta “contestazione studentesca”, un insieme di manifestazioni e sommosse ideologicamente confuse ma di matrice marxista, attuate dai rampolli annoiati della borghesia radical chic arricchitasi nel capitalismo militarmente protetto dalla NATO. Meraviglie della democrazia.

Malgrado la marcescenza socioeconomica interna e la relativa prudenza in politica estera fu proprio l’Era della Stagnazione a commettere il più grave errore dei sovietici nella Guerra Fredda: l’Invasione dell’Afghanistan.

Nel 1979 l’Afghanistan era governato da una dittatura filosovietica, la quale però stava collassando sotto i colpi dei ribelli tribali e controllava Kabul e poco altro. Per il Cremlino fu l’ennesimo dilemma. La caduta di un regime vassallo in un Paese periferico di per sé non sarebbe stata una tragedia, ma in tale regione lo Stato russo comunista correva lo stesso pericolo del suo predecessore zarista: il contagio della rivoluzione islamica nell’Asia Centrale dominata da Mosca.

Il fatto che l’Iran fosse appena caduto sotto il regime fondamentalista sciita khomeynista non rasserenava gli animi. Ciò portò ad accese discussioni nella leadership sovietica, che si conclusero con la decisione dell’intervento diretto. Forse l’analisi migliore fu quella di Zbigniew Brzezinski (1928-2017), Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Carter (1924-2024).

Secondo Brzezinski l’URSS del ‘79 era già condannata al fallimento e la sua dirigenza, tutt’altro che stupida, cominciava a capirlo. Invadere l’Afghanistan fu pertanto un tentativo disperato di accrescere il peso internazionale dello Stato, una sorta di difesa geopolitica giocata in attacco e finalizzata ad allontanare i confini del mondo esterno dall’impero in putrefazione interna. In parole povere una scommessa disperata, mirante a guadagnare qualche anno di vita.

Il 24 dicembre 1979 l’Armata Rossa invase l’Afghanistan, ne occupò città e strade principali, assassinò il suo dittatore comunista e lo sostituì con uno più malleabile (poi anch’esso sostituito, ma non ucciso).

L'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Armata Rossa (dicembre 1979).
L’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa (dicembre 1979).

I ribelli, un insieme tribale multietnico fanaticamente islamico, continuarono la guerriglia sulle montagne e nel deserto. Era l’inizio di un pantano che avrebbe consumato le già magre finanze sovietiche per 9 anni. E poiché le disgrazie non vengono mai da sole tra il gennaio dell’81 ed il gennaio dell’89 l’inquilino della Casa Bianca fu un tale Ronald Reagan (1911-2004), Presidente repubblicano fortemente anticomunista e, in politica estera, erede diretto di Nixon.

Agli Stati Uniti, ancora insicuri dopo il Vietnam, non sembrò vero che i sovietici commettessero il loro stesso errore a così pochi anni di distanza. Reagan colse la palla al balzo e, tra non poche difficoltà politiche, inviò una quantità enorme di armi moderne ai guerriglieri afghani. Il risultato fu che, dopo 9 anni e circa 15.000 morti, Mosca dovette ritirarsi dall’Afghanistan, sconfitta sul campo e con le finanze a pezzi. Dal canto loro i sovietici avevano ucciso tra 800.000 e 1.500.000 afghani. Ma non bastò, e l’avventura afghana fu uno degli ultimi e più pesanti chiodi nella bara del sistema comunista.

Dopo il ritiro russo il regime dell’ultimo Presidente filosovietico, Mohammad Najibullah (1947-1996), sorprendentemente resistette tre anni prima d’essere sconfitto dai ribelli. Alla caduta di Kabul Najibullah (non esattamente uno stinco di santo) e suo fratello furono catturati, torturati, castrati, trascinati con un pickup per la città ed infine appesi ad un semaforo davanti al palazzo presidenziale.

Immediatamente dopo la vittoria le forze ribelli iniziarono a scannarsi tra loro. Da questa lotta emersero vincitori i talebani, che resero l’Afghanistan complice dell’11 settembre e provocarono l’intervento nel Paese dell’Occidente a guida statunitense.

Ma questa è un’altra storia.

Il feretro di Brezhnev esposto al Cremlino (novembre 1982).
Il feretro di Brezhnev esposto al Cremlino (novembre 1982).

Brezhnev morì il 10 novembre 1982. Da Krusciov ereditò un’Unione Sovietica resa irriformabile da Stalin (se non addirittura da Lenin). Lui la rese ancor più arteriosclerotica, corrotta, gerontocratica ed economicamente inefficiente. Ciò può essergli rinfacciato, ma solo fino ad un certo punto. Il compagno Leonid era figlio di un sistema politico-economico che non ha mai funzionato e dominato da una minoranza armata che si reggeva al potere con il terrore e lo Stato di polizia.

In queste condizioni Brezhnev cercò solo di limitare gli scossoni in base al detto “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Quando morì l’Unione Sovietica si ritrovò in stato terminale e amministrata da ultrasettantenni sopravvissuti a Stalin.

In politica estera fu più abile. Era conscio dell’intrinseca debolezza del mondo comunista ed era anche azzoppato dalla disastrosa controversia con la Cina (nell’ottobre del 1969 arrivò ad un pelo dal lanciare 18 atomiche sul Paese di Mao: non lo fece solo perché Nixon lo minacciò di una ritorsione devastante con 130 armi nucleari sull’URSS).

Nondimeno sotto di lui il comunismo raggiunse la massima espansione territoriale della sua storia. Il segreto di questo notevole per quanto effimero successo fu la prudenza verso il Nemico Principale (nome dato agli Stati Uniti dal KGB) e il terzomondismo, avviato da Krusciov per colpire ai fianchi un Occidente non attaccabile frontalmente, ma portato alle estreme conseguenze da Brezhnev.

Propaganda sovietica: "Salute a Leonid Brezhnev! 20 anni di modernizzazione e industrializzazione della Repubblica Socialista Sovietica dell'Alaska".
Propaganda sovietica: “Salute a Leonid Brezhnev! 20 anni di modernizzazione e industrializzazione della Repubblica Socialista Sovietica dell’Alaska”.

In effetti si può affermare che l’attuale visione della politica estera dei partiti della sinistra occidentale (sostanziale odio per tutto ciò che è occidentale e per l’uomo bianco) sia l’eredità più duratura di Leonid Ilyich Brezhnev: l’uomo della Stagnazione sotto cui il comunismo iniziò la fase finale della sua sanguinaria e fallimentare storia.

  • Laureato in Storia, autore di saggi storici e di svariati articoli di storia ed analisi geopolitica.
    Fondatore del blog "Caput Mundi", coordinatore sezione "Storia" e "Geopolitica" russa ed anglosassone.

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