Il valzer delle influenze in Nord Africa
Contesto
Il Nord Africa si sta affermando come uno dei principali terreni di confronto tra le medie potenze regionali: se l’Europa e la Cina continuano a rappresentare interlocutori economici di primo piano, negli ultimi anni altri attori hanno progressivamente ampliato il proprio peso politico e strategico nell’area.
Russia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Turchia stanno infatti rafforzando la loro presenza attraverso accordi nel settore della difesa, investimenti, sostegno politico e nuove forme di cooperazione con i governi locali. Una strategia che consente ai Paesi nordafricani di diversificare le proprie relazioni internazionali e di disporre di ulteriori fonti di assistenza finanziaria, militare e diplomatica.
Questa crescente pluralità di interlocutori produce però anche conseguenze sul piano degli equilibri regionali. La competizione tra le diverse potenze tende ad alimentare rivalità già esistenti, mentre la maggiore libertà di manovra acquisita dai governi nordafricani contribuisce a ridimensionare la capacità d’influenza tradizionalmente esercitata dai Paesi occidentali.
Negli ultimi anni il Nord Africa ha assunto un ruolo sempre più centrale nella competizione geopolitica tra potenze globali ed attori regionali di medio livello: la loro influenza non si manifesta tanto attraverso forme di confronto diretto, quanto mediante una rete articolata di investimenti, accordi nel settore della sicurezza ed intese politiche con i governi locali.
L’Europa e la Cina continuano a rappresentare punti di riferimento fondamentali sul piano economico. L’Unione Europea resta infatti il principale partner commerciale per numerosi Paesi della regione e, in casi come Marocco[1] e Tunisia[2], concentra oltre il 30% degli scambi con l’estero. Parallelamente, Pechino prosegue nell’espansione della propria presenza attraverso progetti infrastrutturali riconducibili alla Belt and Road Initiative[3].
Sul piano politico e della sicurezza gli equilibri stanno progressivamente cambiando: Russia, Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita hanno rafforzato in maniera significativa la propria capacità di influenza, soprattutto in Paesi come Libia, Egitto e Sudan. Il loro approccio si distingue da quello tradizionalmente adottato dai partner occidentali perché tende a combinare strumenti economici, sostegno militare, forniture di armamenti ed appoggio a specifici attori politici.
Ne deriva una trasformazione del ruolo geopolitico dell’area: il Nord Africa non può più essere considerato soltanto come una fascia periferica della politica di vicinato europea, ma sempre più come uno spazio conteso, nel quale diverse medie potenze cercano di incidere direttamente sugli equilibri interni, sulle alleanze e sulla distribuzione del potere.
Stati del Golfo e Russia
Negli ultimi anni Mosca è tornata ad imporsi come uno degli attori più rilevanti sul piano della sicurezza nel Nord Africa, sfruttando le fragilità politiche e militari della regione per accrescere la propria influenza con un impiego relativamente contenuto di risorse. La strategia russa si è fondata soprattutto sulla capacità di proporsi come interlocutore alternativo ai partner occidentali, offrendo sostegno militare, assistenza operativa e cooperazione diretta con gli attori locali.
Il caso più evidente è quello della Libia. A partire dal 2019[4], formazioni legate alla Russia, inizialmente il gruppo Wagner e successivamente l’Africa Corps[5], hanno assunto un ruolo di rilievo nel sostegno alle forze dell’Est del Paese. La presenza russa non si è limitata all’assistenza sul campo, ma ha riguardato anche il controllo o la protezione di infrastrutture strategiche, tra cui impianti petroliferi, basi militari e nodi logistici. In alcune fasi del conflitto, secondo stime delle Nazioni Unite, sul territorio libico avrebbero operato diverse migliaia di combattenti russi.[6]
Il principale beneficiario di questo sostegno è stato l’Esercito nazionale libico guidato da Khalifa Haftar[7]; gli apparati russi hanno fornito competenze militari, assistenza logistica ed accesso a strutture strategiche, tra cui la base aerea di al-Jufra[8]. In questo modo Mosca ha potuto ampliare la propria capacità di incidere sulle operazioni militari e sugli equilibri territoriali, consolidando una presenza diretta in una delle aree più sensibili del Mediterraneo meridionale.
La Russia ha cercato di rafforzare la propria proiezione anche in Sudan, dove da anni tenta di ottenere l’accesso ad una base navale sul Mar Rosso[9]: un eventuale insediamento di questo tipo aumenterebbe in modo significativo la capacità operativa russa lungo l’asse che collega il Mediterraneo all’Oceano Indiano e si inserirebbe in una strategia più ampia volta a garantirsi punti d’appoggio lungo le principali rotte commerciali e militari.
Un rapporto particolarmente solido resta inoltre quello con l’Algeria, soprattutto nel settore della difesa. Una quota molto rilevante dell’equipaggiamento militare algerino è di origine russa[10], elemento che conferma la profondità dei legami strategici costruiti nel corso degli anni tra i due Paesi. La cooperazione militare rappresenta così uno dei pilastri della presenza di Mosca nel quadrante nordafricano.
Accanto alla Russia, anche le monarchie del Golfo hanno progressivamente ampliato il proprio peso nella regione: Emirati Arabi Uniti ed Arabia Saudita hanno adottato strategie differenti, ma entrambe fondate sulla capacità di trasformare la disponibilità finanziaria in influenza politica.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto un ruolo particolarmente attivo in Libia, dove hanno sostenuto le forze dell’Est con risorse economiche, assistenza logistica e supporto militare. Tale coinvolgimento avrebbe incluso anche la fornitura di droni e la realizzazione di infrastrutture funzionali alle operazioni delle forze legate ad Haftar. Abu Dhabi ha quindi inciso direttamente sugli equilibri militari del conflitto, affiancando alla dimensione securitaria una crescente penetrazione economica.
Questa strategia si è estesa agli investimenti nei porti, nella logistica e nelle infrastrutture energetiche, settori che consentono agli Emirati di convertire la presenza economica in capacità di pressione politica. Società emiratine sono entrate progressivamente in progetti portuali e logistici in Paesi come Egitto e Marocco, con l’obiettivo di assicurarsi piattaforme strategiche di lungo periodo lungo le principali direttrici commerciali della regione.
L’Arabia Saudita ha invece mantenuto un profilo più prudente sul piano militare, concentrando la propria influenza soprattutto sugli strumenti finanziari. L’Egitto costituisce il caso più significativo: a partire dal 2013, il sostegno proveniente dai Paesi del Golfo ha rappresentato un elemento importante per la stabilità dell’economia egiziana.

Negli ultimi anni Riad, insieme ad altri partner del Golfo, ha mobilitato risorse per decine di miliardi di dollari attraverso prestiti, depositi presso la banca centrale e programmi di investimento[11]: tra gli strumenti utilizzati figurano proprio i depositi destinati a rafforzare le riserve valutarie egiziane e gli impegni finanziari connessi a grandi progetti infrastrutturali. Questo sostegno ha garantito all’Arabia Saudita una considerevole capacità di influenza sugli orientamenti economici del Cairo, rafforzando al tempo stesso il rapporto politico tra i due Paesi.
Le ambizioni turche in Nord Africa
Tra le potenze di medio livello più attive nel Nord Africa, la Turchia ha assunto negli ultimi anni un ruolo particolarmente rilevante. Ankara combina infatti presenza militare, esportazioni nel settore della difesa, investimenti economici ed accordi energetici, costruendo una strategia più articolata rispetto a quella di molti altri attori esterni.
A differenza della Russia e delle monarchie del Golfo, la Turchia opera formalmente all’interno di una cornice istituzionale occidentale, anche in virtù della propria appartenenza alla NATO. Ciò non le ha tuttavia impedito di adottare, in più occasioni, una linea autonoma e fortemente pragmatica, fondata su accordi bilaterali e su una notevole libertà di manovra. Proprio questa flessibilità ha reso Ankara un interlocutore appetibile per governi e fazioni locali interessati ad ottenere sostegno politico o militare senza dover necessariamente accettare le condizioni che spesso accompagnano il coinvolgimento europeo.
La Libia rappresenta il principale banco di prova di questa politica. Dalla fine del 2019 la Turchia è intervenuta[12] apertamente a sostegno del Governo di Accordo Nazionale con sede a Tripoli[13], mettendo a disposizione combattenti alleati, assetti navali, sistemi di difesa aerea e droni Bayraktar TB2[14]. Il contributo turco si è rivelato determinante nel fermare l’offensiva delle forze guidate da Khalifa Haftar e nel modificare gli equilibri militari sul terreno.
L’intervento è stato accompagnato dalla firma di intese bilaterali in materia di sicurezza e cooperazione militare. A queste si è aggiunto un controverso accordo[15] sulla delimitazione delle aree marittime nel Mediterraneo orientale, destinato ad avere conseguenze rilevanti anche sul piano energetico. La definizione di zone economiche esclusive sovrapposte a rivendicazioni avanzate da altri Paesi ha infatti irrigidito i rapporti con Grecia, Cipro ed Egitto.
La presenza turca in Libia non si è esaurita con la fase più intensa degli scontri. Ankara ha consolidato il proprio dispositivo attraverso una presenza continuativa presso installazioni strategiche, tra cui la base aerea di al-Watiya[16] e quella navale di Misurata[17], proseguendo parallelamente con attività di addestramento, trasferimenti di equipaggiamenti e assistenza logistica alle forze alleate.
Particolarmente significativa è stata la componente legata ai droni. I Bayraktar TB2 sono diventati uno dei simboli dell’espansione internazionale dell’industria della difesa turca ed il loro impiego in Libia ha avuto una duplice funzione: da un lato ha contribuito alle operazioni militari, dall’altro ha rappresentato una vetrina commerciale per Ankara, rafforzando la reputazione dei sistemi turchi sui mercati esteri.
Più in generale, la Turchia ha ampliato le proprie relazioni nel settore della difesa con diversi Paesi nordafricani. Mezzi corazzati, droni e armamenti leggeri prodotti da aziende come Baykar, FNSS[18] e BMC[19] hanno trovato acquirenti nella regione[20], mentre Ankara ha cercato di proporsi come fornitore alternativo sia rispetto ai produttori occidentali sia rispetto a quelli russi.
Questi rapporti raramente si limitano alla semplice vendita di sistemi d’arma: gli accordi tendono infatti ad includere programmi di addestramento, esercitazioni congiunte[21] ed assistenza da parte di consiglieri militari turchi. In questo modo la cooperazione commerciale si trasforma progressivamente in una relazione istituzionale più stabile, capace di garantire ad Ankara un’influenza politica duratura nei Paesi coinvolti.
Sul piano energetico, gli interessi della Turchia nel Nord Africa sono altrettanto rilevanti. L’accordo di delimitazione marittima sottoscritto con il Governo di Accordo Nazionale libico rispondeva anche all’esigenza di rafforzare la posizione di Ankara nelle aree potenzialmente ricche di idrocarburi del Mediterraneo orientale, uno spazio già segnato dalla competizione tra Grecia, Egitto, Israele e Cipro.
Le imprese turche del settore energetico hanno inoltre mostrato interesse per progetti infrastrutturali collegati all’industria petrolifera libica[22]. Più in generale, Ankara punta a consolidare il proprio ruolo come nodo di transito e trasformazione dei flussi energetici diretti dal Nord Africa e dal Mediterraneo verso i mercati europei[23]. Questa strategia si inserisce nell’obiettivo più ampio di trasformare la Turchia in un corridoio energetico tra aree produttrici e Paesi consumatori, accrescendo così il proprio peso negoziale sia a livello regionale sia nei rapporti con l’Unione europea, soprattutto in una fase segnata dalle conseguenze della guerra in Ucraina e dalle nuove tensioni che interessano l’Iran.
La presenza turca nella regione non si limita ai settori della sicurezza e dell’energia.[24] Le imprese di costruzione del Paese figurano da tempo tra le più attive in Nord Africa e hanno partecipato alla realizzazione di strade, ospedali, aeroporti, complessi residenziali ed altre grandi infrastrutture. In Libia, prima del conflitto del 2011, le aziende turche avevano già accumulato commesse per diversi miliardi di dollari. Dopo il rafforzamento politico e militare, Ankara ha cercato di recuperare parte di quei contratti e di ottenere nuove opportunità nell’ambito della ricostruzione.
Anche gli scambi commerciali con i Paesi nordafricani sono cresciuti progressivamente. La Turchia ha utilizzato accordi di libero scambio, intese preferenziali e partnership bilaterali per consolidare ulteriormente la propria penetrazione economica. Un caso particolarmente significativo è quello dell’Egitto: dopo anni di rapporti fortemente deteriorati in seguito alla destituzione, nel 2013, del governo vicino ai Fratelli Musulmani sostenuto da Ankara, dal 2021 i due Paesi hanno avviato un graduale riavvicinamento.[25] Il ripristino delle relazioni diplomatiche e la ripresa del dialogo economico hanno risposto ad interessi convergenti su più dossier, dalla sicurezza regionale alle risorse energetiche del Mediterraneo orientale.
Alla dimensione militare ed economica si aggiunge infine quella dell’influenza culturale. L’Agenzia turca per la cooperazione e il coordinamento, TIKA[26], finanzia nella regione iniziative di sviluppo, progetti sociali, attività culturali e programmi di assistenza umanitaria. Questi interventi consentono ad Ankara di rafforzare la propria visibilità e di costruire relazioni favorevoli con istituzioni e comunità locali.
A questo si affianca l’attività dei mezzi di comunicazione turchi rivolti al pubblico arabo, tra cui TRT Arabic[27], che contribuiscono alla diffusione della prospettiva di Ankara sulle principali questioni regionali. Anche la Direzione turca per gli Affari religiosi, la Diyanet[28], ha promosso iniziative legate alla costruzione di moschee ed alla formazione religiosa, cercando di consolidare la presenza culturale turca e, al tempo stesso, di controbilanciare l’influenza esercitata dalle monarchie del Golfo attraverso analoghi strumenti.
Nel loro insieme, queste forme di influenza sono meno immediate rispetto alla presenza militare o agli investimenti economici, ma contribuiscono a rafforzare l’immagine della Turchia come partner vicino sul piano culturale e religioso. Ankara tenta così di presentarsi come un’alternativa sia al modello occidentale, spesso accompagnato da condizioni politiche ed istituzionali, sia a quello più strettamente finanziario e transazionale promosso da alcuni Paesi del Golfo.
Per “concludere” …
La crescente competizione tra potenze in Nord Africa rappresenta uno degli effetti più evidenti della trasformazione dell’ordine internazionale. La capacità di proiettare influenza politica, economica e militare non appartiene più soltanto ad un ristretto gruppo di grandi potenze globali, ma è ormai esercitata anche da attori regionali in grado di intervenire con strumenti differenti e con una notevole autonomia.
Russia, monarchie del Golfo e Turchia perseguono obiettivi diversi, ma condividono un elemento di fondo: un approccio fortemente pragmatico, basato sulla combinazione di risorse economiche, assistenza militare e sostegno politico, senza i vincoli che generalmente accompagnano le partnership occidentali e, in particolare, quelle europee. Governi, forze armate e gruppi locali diventano così interlocutori attraverso i quali esercitare pressioni e perseguire interessi che spesso superano i confini stessi del Nord Africa.
Mosca privilegia soprattutto l’accesso militare ad infrastrutture strategiche ed il rafforzamento della propria presenza in aree nelle quali può limitare l’influenza occidentale. Le monarchie del Golfo utilizzano invece la propria capacità finanziaria per consolidare alleanze, orientare gli equilibri politici e tutelare interessi economici e di sicurezza. La Turchia segue una strategia ancora più articolata, nella quale convergono ambizioni energetiche, esportazioni militari, investimenti commerciali, influenza culturale e, come dimostrato in Libia, anche l’impiego diretto della forza.
L’effetto complessivo è la nascita di un sistema regionale più frammentato e competitivo, nel quale i governi nordafricani dispongono di un numero crescente di interlocutori: le élite locali possono oggi rivolgersi a più fornitori di armamenti, ottenere finanziamenti da partner differenti e cercare sostegno diplomatico senza dipendere esclusivamente dall’Europa o dagli Stati Uniti.
Non si assiste quindi ad una vera sostituzione dell’influenza occidentale, quanto piuttosto ad una sua progressiva diluizione: Unione europea e Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante, ma devono confrontarsi con attori che non utilizzano gli stessi strumenti e che non subordinano necessariamente la cooperazione al rispetto di criteri politici, riforme istituzionali o condizioni legate alla governance.
Per i Paesi nordafricani, questa nuova configurazione presenta vantaggi e rischi. La concorrenza tra potenze esterne può favorire l’arrivo di capitali, infrastrutture, investimenti e nuove opportunità negoziali, consentendo ai governi locali di ridurre la dipendenza da un singolo partner. Allo stesso tempo, però, la moltiplicazione degli interventi esterni può contribuire ad aggravare divisioni già esistenti ed a prolungare situazioni di conflitto.
La Libia ne rappresenta l’esempio più evidente: il sostegno fornito da attori stranieri a schieramenti contrapposti ha contribuito a consolidare la frammentazione[29] del Paese ed a rendere più difficile il raggiungimento di un compromesso politico duraturo. In altri casi, l’appoggio esterno può rafforzare assetti di potere funzionali tanto agli sponsor internazionali quanto alle élite locali, senza che i benefici ricadano necessariamente sulla popolazione.
Note:
[1] https://policy.trade.ec.europa.eu/eu-trade-relationships-country-and-region/countries-and-regions/morocco_en
[2] https://policy.trade.ec.europa.eu/eu-trade-relationships-country-and-region/countries-and-regions/tunisia_en
[3] https://www.caputmundi.info/2025/11/07/la-turchia-e-la-nuova-architettura-geopolitica-delleurasia/
[4] https://www.caputmundi.info/2024/12/04/wagner-africa-corps-in-africa-arianne-ghersi-intervista-cornelia-toelgyes-africa-express/
[5] https://www.caputmundi.info/2024/04/16/libia-tra-russia-african-corps-italia-crocevia-di-interessi-internazionali/
[6] https://www.swp-berlin.org/publikation/mta-spotlight-35-invisible-occupation-turkey-and-russia-in-libya
[7] https://it.euronews.com/2025/07/17/luomo-forte-della-libia-tutto-quello-che-ce-da-sapere-su-khalifa-haftar
[8] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2017/06/03/libia-haftar-avanza-su-base-aerea-jufra_879deec7-dfa6-4d74-be87-50f1a388cd8a.html
[9] https://horninstitute.org/russias-naval-base-in-port-sudan-a-gateway-to-africa-and-the-indian-ocean/
[10] https://www.sipri.org/databases/armstransfers
[11] https://www.newarab.com/analysis/why-saudi-arabia-investing-5-billion-egypt
[12] https://www.fpri.org/article/2020/12/why-turkey-intervened-in-libya/
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/Governo_di_unit%C3%A0_nazionale_(Libia)
[14] https://baykartech.com/en/uav/bayraktar-tb2/
[15] https://www.turkiyetoday.com/region/libya-prioritizes-turkiye-ties-in-upcoming-deal-with-greece-source-3219396
[16] https://en.wikipedia.org/wiki/Al-Watiya_Air_Base
[17] https://www.eurocomunicazione.com/2026/08/07/la-turchia-stringe-il-cappio-sulla-libia/
[18] https://www.fnss.com.tr/en
[19] https://www.bmc.com.tr/en
[20] https://northafricapost.com/92380-turkey-gains-strong-foothold-in-africas-arms-market.html
[21] https://www.caputmundi.info/2026/06/05/efes-2026-siria-e-libia-alle-esercitazioni-militari-in-turchia/
[22] https://libyaobserver.ly/economy/libya-and-turkey-discuss-expanding-partnership-and-investment-oil-and-gas-sectors
[23] https://www.caputmundi.info/2026/03/20/turchia-lequilibrismo-tra-europa-e-stati-uniti/
[24] https://www.lesclesdumoyenorient.com/Turkiye-the-new-regional-power-in-Africa-2-3-A-Turkish-economic-presence.html
[25] https://north-africa.com/egypt-and-turkey-test-pragmatic-rapprochement-after-years-of-estrangement/
[27] https://www.trtarabi.com/
[28] https://diyanet.gov.tr/tr-TR
[29] https://www.caputmundi.info/2026/02/13/libia-dalla-jamahiriya-alla-frammentazione/
Riferimenti bibliografici:
- https://www.caputmundi.info/2024/06/12/libia-il-ritorno-della-centralita-negli-equilibri-geopolitici/
- https://www.stimson.org/2026/the-game-of-middle-powers-in-north-africa/
- https://www.reddit.com/r/UnderReportedNews/comments/1uokj6k/how_the_uae_continued_supporting_sudans_rsf/?tl=it
- https://www.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/nazioni/2024/09/24/arabia-saudita-investe-5-miliardi-in-egitto-per-sostegno_cde26fed-621c-498c-a433-fe8c85d71f2f.html
- https://www.limesonline.com/rivista/ankara-e-in-libia-per-restarci-14647148/
- https://www.internazionale.it/bloc-notes/annalisa-camilli/2020/01/04/libia-turchia-russia-guerra
- https://www.europeandemocracy.eu/news/la-presenza-militare-russa-e-turca-in-libia-nuovi-dettagli/
- https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2020/05/18/libia-governativi-presa-base-di-watiya_2d7965d9-db87-410d-a374-b5de499635df.html
- https://geopolitica.info/la-tika-e-la-politica-estera-turca/
- https://it.insideover.com/schede/politica/diyanet-l-ente-dietro-alla-diplomazia-delle-moschee-di-erdogan.html
- https://www.caputmundi.info/2024/08/28/fauda-%d9%81%d9%88%d8%b6%d9%89-il-caos-regna-in-libia/