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11 settembre 2001: un’indagine in Italia dopo gli attentati

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Sono ormai trascorsi 25 anni dall’azione terroristica condotta da AL QAIDA e progettata dal suo capo Osama Bin Laden, con la finalità di colpire il “Grande Satana”, ovvero gli Stati Uniti d’America.

Questo evento tanto imprevisto quanto di portata catastrofica ha costretto il mondo occidentale a riconoscere l’esistenza di una presenza significativa di gruppi terroristici ben addestrati e molto ben motivati operanti nei propri Paesi.

Anche in Italia si prese atto della situazione ed il Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri, su ordine del Comando Generale, rinforzò diverse Sezioni Anticrimine con la finalità di avviare specifiche attività investigative.

Veduta aerea dell’area del World Trade Center a New York dopo gli attentati del 2001
L’area del World Trade Center a New York il 23 settembre 2001.

L’indagine di cui tratto venne denominata “Rinascita” e condotta dal ROS di Genova; all’epoca incorporava le capacità di rigenerazione delle reti terroristiche di matrice islamista dopo le operazioni di contrasto condotte dalle forze di polizia italiane nel periodo 2001-2005, fra cui: “Al Muhajiroun” (2001), “Bazar I” (2002) e “Bazar II” (2003), “Ansar Al Islam” (2003) ed infine “Bazar III” (2005).

Nel settembre 2003, il tunisino Imed Zarkaoui era scarcerato, dopo una condanna di 3 anni per agevolazione dell’immigrazione clandestina, nell’ambito dell’operazione “Bazar” (cellula di Hamza al Libi). Noto fin dal 2002, aveva fornito supporto logistico e finanziario a Fadhal Saadi, morto in un attacco suicida in Iraq, forse nell’autunno 2003.

A seguito della sua scarcerazione era apparso subito molto più radicalizzato ed in contatto con soggetti del ponente ligure, di Milano e di altri all’estero, più precisamente in Francia, Portogallo, Regno Unito, Svizzera e Romania.

Dopo la fase dell’approfondimento informativo e a seguito delle prime attività dinamiche sul terreno veniva deciso di sondare l’ambiente perquisendo un altro tunisino domiciliato in Sanremo. Il risultato si mostrò interessante atteso che era sequestrato il manuale jihadista intitolato: “Supporto basilare per organizzare l’apparato bellico necessario al jihad” di Abdulqadir Bin Abdulaziz, mufti del gruppo terroristico egiziano “AL JIHAD”. Lo stesso documento era già stato rinvenuto a Milano ed in Germania, nazione dove viveva il fratello del perquisito.

Zarkaoui, nell’agosto 2004, lasciava l’Italia per raggiungere la Gran Bretagna, via Spagna/Portogallo, ricevendo falsi documenti da Samir Boussaha e lì trascorrendo diversi mesi, tra Londra, Manchester e Birmingham, fino al luglio 2005.

Fuggiva quindi a Parigi, temendo di essere arrestato dalle autorità inglesi, per avere ricevuto ospitalità dall’algerino Yazid Hadj Azzan, collegato ad Idris Ait Baziz, morto in attentato suicida in Iraq. A Parigi veniva ospitato da Tarek Bourouha, ma poi tratto in arresto dai francesi e condannato a 6 mesi di reclusione per detenzione di documenti falsi.

In occasione del fermo era trovato in possesso di materiale utile al proseguimento dell’indagine tra cui CD-ROM contenenti manuali di AL QAIDA relativi a: esplosivi chimici, produzione di veleni da sostanze reperibili in commercio, dispositivi di comando a distanza per l’innesco di esplosivi, tecniche di guerriglia e discorsi di leaders jihadisti.

In ragione di questi ultimi avvenimenti si decise di orientare l’attenzione verso alcuni soggetti dimoranti a Milano e ritenuti essere componenti di una cellula. In particolare, l’interesse era posto sulla figura di Sabri Dridi, in contatto con Nassim Saadi, fratello del citato Fadhal. Insieme a lui altri soggetti erano individuati in: Bechir Kaouana, direttamente collegato a Lotfi Rihani, presumibilmente morto nel corso di un attentato suicida in Iraq, e Faycal Cherif, fratello di Said detenuto quale capo della cellula smantellata nel 2002 nell’indagine “Bazar”.

Le conseguenti attività tecniche e dinamiche consentivano di accertare l’esistenza di un programma jihadista a lungo termine, il coinvolgimento in attività di reclutamento e agevolazione nell’invio di jihadisti nel teatro di guerra iracheno (17 persone) ed il procacciamento di documenti falsificati per estremisti residenti all’estero, in particolare Zarkaoui, nonché fornire supporto a Nessim Sahraoui, alias Daas, cognato di Dridi e latitante, ed a Houcine Tarkhani leader della cellula terroristica indagata dal ROS e sospettata di pianificare attentati contro obiettivi siti a Milano e Bologna, da realizzare poco prima delle elezioni politiche in Italia dell’aprile 2006, unitamente a Mohamed M’Sahel, tunisino, già detenuto in Marocco.

Quest’ultimo, nel 2009, rilasciò delle dichiarazioni che consentivano di confermare la sua partecipazione, e quella di altri maghrebini, al Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC algerino) poi confluito, nel 2007, in quello di AL QAIDA nel Maghreb Islamico (AQIM). Un mutamento di strategia per progettare atti terroristici in Europa, attraverso l’impiego di jihadisti itineranti, con particolare riguardo alla chiesa di San Petronio a Bologna — dove esiste un dipinto raffigurante il Profeta e considerato oltraggioso — e la metropolitana di Milano.

Facciata della basilica di San Petronio a Bologna
La facciata della basilica di San Petronio a Bologna nel 2022.

Inoltre, durante le intercettazioni Dridi chiedeva a tale Abu Sumaya di agevolare i 17 “fratelli” bloccati a Damasco e di aiutarli a passare il confine siriano-iracheno. Quest’ultimo era identificato in un predicatore siriano di Aleppo, sospettato di aiutare gli aspiranti jihadisti che si rivolgevano a lui per recarsi in Iraq ed in seguito assassinato all’uscita di una moschea.

Nel novembre 2007 si concludeva l’operazione “Rinascita” contro il terrorismo internazionale di matrice islamista, con l’esecuzione di venti ordinanze di custodia cautelare emesse su richiesta della Procura della Repubblica di Milano nei confronti di altrettanti cittadini stranieri.

L’accusa era quella di avere costituito cellule salafite jihadiste con lo scopo di reclutare ed instradare aspiranti terroristi suicidi verso l’Iraq e l’Afghanistan, nonché la falsificazione di documenti di identità, l’agevolazione dell’immigrazione clandestina ed il favoreggiamento della latitanza di ricercati per reati di terrorismo.

Nel corso dell’intervento erano sequestrati — fra l’altro — manuali relativi a “sistemi di innesco elettronici a distanza e veleni, comprendenti anche istruzioni su tecniche di guerriglia”. I componenti del gruppo inoltre disponevano di una serie di appartamenti, in particolare nel capoluogo lombardo e comunque si spostavano da un Paese all’altro in Europa. Oltre che in Italia, i provvedimenti restrittivi hanno riguardato soggetti dimoranti in Gran Bretagna, Portogallo e Francia.

L’organizzazione aveva nel capoluogo lombardo la sua sede decisionale, ma a Reggio Emilia una delle sue principali basi operative e logistiche.

Nella cittadina emiliana era, ad esempio, stata allestita una struttura in grado di falsificare documenti e agevolare l’ingresso illegale in Europa di cittadini extracomunitari. Molti di questi erano poi addestrati e indottrinati al fine di essere utilizzati come attentatori volontari per il jihad. Proprio uno degli arrestati, Chaouwki Belhaj Meftah, un tunisino di 24 anni, si appurò che era pronto ad immolarsi come suicida in Afghanistan.

Nel luglio del 2010, quindici imputati erano condannati in primo grado a diverse pene, tra cui Dridi ad otto anni e sei mesi di reclusione per terrorismo internazionale ed altro, venendo poi espulso nel 2015. Mentre Ben Mehedi Nasr, altro elemento di spicco del gruppo, veniva condannato in appello ad anni sette.

Nasr, dopo la scarcerazione era estradato in Tunisia, ma nel novembre 2015 tentò di ritornare in Italia, nascondendosi in un gruppo di circa duecento rifugiati siriani salpati dalla Libia e salvati dalla Marina italiana nel Mediterraneo. Trasferito a Lampedusa, aveva sostenuto di chiamarsi Mohamed Ben Sar, chiedendo asilo per il nord Europa, dove affermava di avere dei parenti, per sfuggire alla persecuzione politica. A sostegno della sua identità mostrò anche un documento siriano, rivelatosi falso, a seguito del controllo delle impronte digitali.

  • Nel 1979 arruolato nell’Arma dei Carabinieri, è laureato in Scienze della Sicurezza ed è Generale di Brigata nella riserva. Già comandante delle Compagnie di Saronno (Varese) e Sciacca (Agrigento) e, dopo aver guidato la Sezione Anticrimine di Genova ed il Reparto Anticrimine di Milano del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale), è stato Capo Centro della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) di Genova.
    Ha contrastato macro-fenomeni criminali mafiosi e di terrorismo, quali la Cosa nostra siciliana, la ‘ndrangheta calabrese ed il narcotraffico internazionale, nonché sodalizi islamisti legati ad Al Qaida.
    Ha collaborato con il Customs di Los Angeles (USA), in una complessa indagine su un cartello di narcos colombiani.
    È stato insignito di diverse onorificenze: Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, medaglia Mauriziana al merito della carriera militare, medaglia d’oro di lungo comando, croce d’oro per anzianità di servizio, medaglia di Pubblica Benemerenza della Protezione Civile. È brevettato paracadutista civile ed è specializzato nella Difesa NBC (nucleare, biologica e chimica).
    Infine, ha ricevuto alcune ricompense militari (Encomi solenni e semplici, Elogio) ed un attestato elogiativo dell’Ambasciata USA in Roma, a conclusione di operazioni di servizio per il contrasto al narcotraffico internazionale, ad organizzazioni di tipo mafioso (Cosa nostra e ‘ndrangheta) ed al terrorismo internazionale di matrice islamista.

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